martedì 26 marzo 2013

Morto a Firenze don Renzo Rossi: una vita accanto ai più poveri

Morto a Firenze don Renzo Rossi: una vita accanto ai più poveri

E' morto questa mattina al Convitto Ecclesiastico di Firenze, don Renzo Rossi, 88 anni, uno dei sacerdoti più conosciuti della diocesi, a lungo missionario fidei donum a Salvador Bahia. I funerali saranno celebrati mercoledì 27 marzo, alle 10, nella basilica di San Lorenzo, a Firenze. «Ho trovato in lui il prete più gioioso e più obbediente della diocesi», ha dichiarato il card. Giuseppe Betori.





E' morto questa mattina al Convitto Ecclesiastico di Firenze, don Renzo Rossi, uno dei sacerdoti più conosciuti della diocesi, il «prete dei poveri». Nato nel centro di Firenze nel 1925, in seminario aveva conosciuto don Lorenzo Milani di cui divenne amico. Dopo una lunga esperienza a fianco degli operai nelle fabbriche della città, tra gli anni '60 e '70, chiese e ottenne di aprire la missione fiorentina a Salvador de Bahia, in Brasile, di cui è cittadino onorario.
Per quasi 20 anni fece servizio nel paese sudamericano dedicandosi in particolare al servizio nelle carceri, primo sacerdote ad entrare nelle celle brasiliane, soprattutto a fianco dei detenuti politici. Tornato in Italia è vissuto per brevi periodi anche in Africa, in Asia, in India, «tra i poveri, accanto a loro», diceva sempre quando raccontava la sua vita ai giovani. Da qualche anno non aveva una parrocchia ma era a servizio della diocesi e del vescovo. L'arcivescovo Giuseppe Betori, nell'ottobre 2009 quando venne allontanato don Alessandro Santoro, lo mandò per 5 mesi alle Piagge.
«Ho trovato in lui il prete più gioioso e più obbediente della diocesi», ha dichiarato all'ANSA l'arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori. L'arcivescovo non ha voluto aggiungere altro rimandando, come avviene per ogni sacerdote, all'omelia che pronuncerà in occasione dei funerali fissati per mercoledì prossimo, alle 10, nella basilica di San Lorenzo. Dalle 9 di domani, invece, la salma di don Rossi, che lo scorso anno aveva ricevuto anche il Fiorino d'oro dal Comune di Firenze, sarà esposta nella cappella delle Stimmate di San Lorenzo. Sempre in San Lorenzo, martedì 26 marzo, alle 21, momento di preghiera. I familiari e gli amici ringraziano in particolare Flavio Senici, Stefano Fumagalli, Giancarlo Bartolini e tutto il personale del Convitto ecclesiastico per l'assistenza prestata a don Renzo.
Su don Renzo Rossi, pubblichiamo questo ricordo di Mario Bertini.
«Fino a qualche mese fa dicevo che ero vecchio e mi sentivo giovane, ora dico che sono vecchio e mi sento vecchio, ma sono sereno e accetto la volontà di Dio».
Ai moltissimi amici che, in quest’ultimo mese, gli hanno fatto visita, don Renzo Rossi  ha ripetuto questa battuta, come sintesi di accettazione di un male che non perdona, ma anche con quel dolcissimo, fanciullesco sorriso che lo ha accompagnato per tutta la vita ed anche nei suoi ultimissimi giorni.
«Vedi - mi disse giovedì scorso - sapessi come è bello pregare offrendo tutto noi stessi, la nostra vita, invece di raccomandarsi alla Madonna per guarire... Bisogna andare a Lourdes o a Fatima per offrire i nostri dolori, non per chiedere di evitarli... Per me ora è giunto questo passaggio e lo vivo serenamente...».
Con questo stato d’animo, all’inizio della sua ultima Settimana Santa, don Renzo è volato al cielo e, ieri mattina, quando gli accostai al petto un ramoscello d’ulivo appena benedetto, lo strinse tra le mani con la delicatezza di un bambino. Ma la sua accettazione del male, per la naturale perdita di energia, non è mai stata per lui un abbandono del servizio sacerdotale, anzi, l’ultimo 31 di gennaio - meno di due mesi fa - pur essendo già abbastanza debilitato, dopo aver partecipato nella Pieve di Rifredi all’annuale celebrazione per il giorno onomastico di don Facibeni, si spostò velocemente presso la Comunità di Legnaia per animare un serata in onore di don Lorenzo Milani.
E una decina di giorni dopo, a Lastra a Signa, volle addirittura presiedere un’altra Liturgia per il ricordo decennale della morte del suo grande amico don Alfredo Nesi.
Questo per dire che don Renzo è sempre stato - e lo fu per tutta la vita - un prete attivo e in pieno servizio; una sorta di battitore libero, sempre pronto a scendere in campo in qualunque momento; una riserva di lusso nella panchina della Diocesi il quale, negli ultimi anni, non ebbe nessuna difficoltà a sostituire, per tempi abbastanza lunghi, prima don Santoro alle Piagge e successivamente don Luciano a Pontassieve.
Un ultimo periodo - e un ultimo mese - quindi, intenso anche di impegni come servitore di una Chiesa alla quale ha sempre voluto bene, obbedendo, seppur con l’animata dinamica del suo carattere, a ben sei Arcivescovi.
E perfino l’altra settimana, pur essendo abbastanza in crisi, cercò fino all’ultima ora di essere presente, in San Frediano, per la presentazione di un volume dedicato alle lettere che gli scriveva il suo amico - un po’ speciale - Giorgio Falossi. Non ce la fece, ma non si risparmiò a voler essere presente alla serata rilasciando una breve intervista che, a suo nome, fu fatta ascoltare agli intervenuti.
Chiudo questo breve ricordo citando una chiacchierata con lui degli ultimi giorni, quando gli chiesi il permesso per potergli appioppare una definizione:
- Vedi, don Renzo, io a forza di praticare, e a volte anche di scrivere, di certi preti ho sempre cercato di affiancarli ad un attributo: don Facibeni, il santo; don Carlo Zaccaro, la fantasia dell’amore; don Nesi il catto-comunista... per te, se ti va, ti chiamerei il prete tridimensionale....
– Mi piace, ma dimmi prima il perché....
- Perché dapprincipio facevi - e a volte lo fai ancora - il parroco e quindi il prete diocesano... poi hai fatto, per tanti anni il prete di fabbrica alla Fonderia delle Cure e all’Italgas... e, infine, la terza dimensione del prete missionario in Brasile...
- Va bene, mi piace, - e dopo aver fatto un bella risata - hai molta fantasia, ma resti un bischeraccio... .

Don Renzo Rossi con alcuni bambini in Brasile
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VEDI ANCHE
 http://www.lanazione.it/firenze/cronaca/2013/03/25/863957-morto-don-renzo-rossi-prete-poveri-firenze-brasile.shtml

 http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/2013/25-marzo-2013/muore-don-renzo-rossi-prete-poveri-212328701403.shtml

 http://firenze.repubblica.it/cronaca/2013/03/25/news/morto_don_renzo_rossi_il_prete_dei_poveri-55301284/


 http://www.youtube.com/watch?v=AHae76UkMOI

sabato 16 febbraio 2013

Al concilio pieno di entusiasmo e speranza

da: http://www.osservatoreromano.va

L’esperienza del Vaticano II raccontata da Benedetto XVI durante il tradizionale incontro con il clero di Roma per l’inizio della Quaresima


Al concilio pieno di entusiasmo e speranza



L’esperienza vissuta durante il concilio Vaticano II è stata raccontata da Benedetto XVI ai parroci e ai sacerdoti della diocesi di Roma, ricevuti in udienza giovedì mattina, 14 febbraio, nell’Aula Paolo VI.


Eminenza,
cari fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio!
È per me un dono particolare della Provvidenza che, prima di lasciare il ministero petrino, possa ancora vedere il mio clero, il clero di Roma. È sempre una grande gioia vedere come la Chiesa vive, come a Roma la Chiesa è vivente; ci sono Pastori che, nello spirito del Pastore supremo, guidano il gregge del Signore. È un clero realmente cattolico, universale, e questo risponde all’essenza della Chiesa di Roma: portare in sé l’universalità, la cattolicità di tutte le genti, di tutte le razze, di tutte le culture. Nello stesso tempo, sono molto grato al Cardinale Vicario che aiuta a risvegliare, a ritrovare le vocazioni nella stessa Roma, perché se Roma, da una parte, dev’essere la città dell’universalità, dev’essere anche una città con una propria forte e robusta fede, dalla quale nascono anche vocazioni. E sono convinto che, con l’aiuto del Signore, possiamo trovare le vocazioni che Egli stesso ci dà, guidarle, aiutarle a maturare, e così servire per il lavoro nella vigna del Signore.
Oggi avete confessato davanti alla tomba di san Pietro il Credo: nell’Anno della fede, mi sembra un atto molto opportuno, necessario forse, che il clero di Roma si riunisca sulla tomba dell’Apostolo al quale il Signore ha detto: «A te affido la mia Chiesa. Sopra di te costruisco la mia Chiesa» (cfr. Mt 16, 18-19). Davanti al Signore, insieme con Pietro, avete confessato: «Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivo» (cfr. Mt 16, 15-16). Così cresce la Chiesa: insieme con Pietro, confessare Cristo, seguire Cristo. E facciamo questo sempre. Io sono molto grato per la vostra preghiera, che ho sentito — l’ho detto mercoledì — quasi fisicamente. Anche se adesso mi ritiro, nella preghiera sono sempre vicino a tutti voi e sono sicuro che anche voi sarete vicini a me, anche se per il mondo rimango nascosto.
Per oggi, secondo le condizioni della mia età, non ho potuto preparare un grande, vero discorso, come ci si potrebbe aspettare; ma piuttosto penso ad una piccola chiacchierata sul Concilio Vaticano II, come io l’ho visto. Comincio con un aneddoto: io ero stato nominato nel ’59 professore all’Università di Bonn, dove studiano gli studenti, i seminaristi della diocesi di Colonia e di altre diocesi circostanti. Così, sono venuto in contatto con il Cardinale di Colonia, il Cardinale Frings. Il Cardinale Siri, di Genova — mi sembra nel ’61 — aveva organizzato una serie di conferenze di diversi Cardinali europei sul Concilio, e aveva invitato anche l’Arcivescovo di Colonia a tenere una delle conferenze, con il titolo: Il Concilio e il mondo del pensiero moderno.
Il Cardinale mi ha invitato — il più giovane dei professori — a scrivergli un progetto; il progetto gli è piaciuto e ha proposto alla gente, a Genova, il testo come io l’avevo scritto. Poco dopo, Papa Giovanni lo invita ad andare da lui e il Cardinale era pieno di timore di avere forse detto qualcosa di non corretto, di falso, e di venire citato per un rimprovero, forse anche per togliergli la porpora. Sì, quando il suo segretario lo ha vestito per l’udienza, il Cardinale ha detto: «Forse adesso porto per l’ultima volta questo abito». Poi è entrato, Papa Giovanni gli va incontro, lo abbraccia, e dice: «Grazie, Eminenza, lei ha detto le cose che io volevo dire, ma non avevo trovato le parole». Così, il Cardinale sapeva di essere sulla strada giusta e mi ha invitato ad andare con lui al Concilio, prima come suo esperto personale; poi, nel corso del primo periodo — mi pare nel novembre ’62 — sono stato nominato anche perito ufficiale del Concilio.
Allora, noi siamo andati al Concilio non solo con gioia, ma con entusiasmo. C’era un’aspettativa incredibile. Speravamo che tutto si rinnovasse, che venisse veramente una nuova Pentecoste, una nuova era della Chiesa, perché la Chiesa era ancora abbastanza robusta in quel tempo, la prassi domenicale ancora buona, le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa erano già un po’ ridotte, ma ancora sufficienti. Tuttavia, si sentiva che la Chiesa non andava avanti, si riduceva, che sembrava piuttosto una realtà del passato e non la portatrice del futuro. E in quel momento, speravamo che questa relazione si rinnovasse, cambiasse; che la Chiesa fosse di nuovo forza del domani e forza dell’oggi. E sapevamo che la relazione tra la Chiesa e il periodo moderno, fin dall’inizio, era un po’ contrastante, cominciando con l’errore della Chiesa nel caso di Galileo Galilei; si pensava di correggere questo inizio sbagliato e di trovare di nuovo l’unione tra la Chiesa e le forze migliori del mondo, per aprire il futuro dell’umanità, per aprire il vero progresso. Così, eravamo pieni di speranza, di entusiasmo, e anche di volontà di fare la nostra parte per questa cosa. Mi ricordo che un modello negativo era considerato il Sinodo Romano. Si disse — non so se sia vero — che avessero letto i testi preparati, nella Basilica di San Giovanni, e che i membri del Sinodo avessero acclamato, approvato applaudendo, e così si sarebbe svolto il Sinodo. I Vescovi dissero: No, non facciamo così. Noi siamo Vescovi, siamo noi stessi soggetto del Sinodo; non vogliamo soltanto approvare quanto è stato fatto, ma vogliamo essere noi il soggetto, i portatori del Concilio. Così anche il Cardinale Frings, che era famoso per la fedeltà assoluta, quasi scrupolosa, al Santo Padre, in questo caso disse: Qui siamo in altra funzione. Il Papa ci ha convocati per essere come Padri, per essere Concilio ecumenico, un soggetto che rinnovi la Chiesa. Così vogliamo assumere questo nostro ruolo.
Il primo momento, nel quale questo atteggiamento si è mostrato, è stato subito il primo giorno. Erano state previste, per questo primo giorno, le elezioni delle Commissioni ed erano state preparate, in modo — si cercava — imparziale, le liste, i nominativi; e queste liste erano da votare. Ma subito i Padri dissero: No, non vogliamo semplicemente votare liste già fatte. Siamo noi il soggetto. Allora, si sono dovute spostare le elezioni, perché i Padri stessi volevano conoscersi un po’, volevano loro stessi preparare delle liste. E così è stato fatto. I Cardinali Liénart di Lille, il Cardinale Frings di Colonia avevano pubblicamente detto: Così no. Noi vogliamo fare le nostre liste ed eleggere i nostri candidati. Non era un atto rivoluzionario, ma un atto di coscienza, di responsabilità da parte dei Padri conciliari.
Così cominciava una forte attività per conoscersi, orizzontalmente, gli uni gli altri, cosa che non era a caso. Al «Collegio dell’Anima», dove abitavo, abbiamo avuto molte visite: il Cardinale era molto conosciuto, abbiamo visto Cardinali di tutto il mondo. Mi ricordo bene la figura alta e snella di mons. Etchegaray, che era Segretario della Conferenza Episcopale Francese, degli incontri con Cardinali, eccetera. E questo era tipico, poi, per tutto il Concilio: piccoli incontri trasversali. Così ho conosciuto grandi figure come Padre de Lubac, Daniélou, Congar, eccetera. Abbiamo conosciuto vari Vescovi; mi ricordo particolarmente del Vescovo Elchinger di Strasburgo, eccetera. E questa era già un’esperienza dell’universalità della Chiesa e della realtà concreta della Chiesa, che non riceve semplicemente imperativi dall’alto, ma insieme cresce e va avanti, sempre sotto la guida — naturalmente — del Successore di Pietro.
Tutti, come ho detto, venivano con grandi aspettative; non era mai stato realizzato un Concilio di queste dimensioni, ma non tutti sapevano come fare. I più preparati, diciamo quelli con intenzioni più definite, erano l’episcopato francese, tedesco, belga, olandese, la cosiddetta «alleanza renana». E, nella prima parte del Concilio, erano loro che indicavano la strada; poi si è velocemente allargata l’attività e tutti sempre più hanno partecipato nella creatività del Concilio. I francesi ed i tedeschi avevano diversi interessi in comune, anche con sfumature abbastanza diverse. La prima, iniziale, semplice — apparentemente semplice — intenzione era la riforma della liturgia, che era già cominciata con Pio XII, il quale aveva già riformato la Settimana Santa; la seconda, l’ecclesiologia; la terza, la Parola di Dio, la Rivelazione; e, infine, anche l’ecumenismo. I francesi, molto più che i tedeschi, avevano ancora il problema di trattare la situazione delle relazioni tra la Chiesa e il mondo.
Cominciamo con il primo. Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse «Et cum spiritu tuo» eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia.
Io trovo adesso, retrospettivamente, che è stato molto buono cominciare con la liturgia, così appare il primato di Dio, il primato dell’adorazione. «Operi Dei nihil praeponatur»: questa parola della Regola di san Benedetto (cfr. 43, 3) appare così come la suprema regola del Concilio. Qualcuno aveva criticato che il Concilio ha parlato su tante cose, ma non su Dio. Ha parlato su Dio! Ed è stato il primo atto e quello sostanziale parlare su Dio e aprire tutta la gente, tutto il popolo santo, all’adorazione di Dio, nella comune celebrazione della liturgia del Corpo e Sangue di Cristo. In questo senso, al di là dei fattori pratici che sconsigliavano di cominciare subito con temi controversi, è stato, diciamo, realmente un atto di Provvidenza che agli inizi del Concilio stia la liturgia, stia Dio, stia l’adorazione. Adesso non vorrei entrare nei dettagli della discussione, ma vale la pena sempre tornare, oltre le attuazioni pratiche, al Concilio stesso, alla sua profondità e alle sue idee essenziali.
Ve n’erano, direi, diverse: soprattutto il Mistero pasquale come centro dell’essere cristiano, e quindi della vita cristiana, dell’anno, del tempo cristiano, espresso nel tempo pasquale e nella domenica che è sempre il giorno della Risurrezione. Sempre di nuovo cominciamo il nostro tempo con la Risurrezione, con l’incontro con il Risorto, e dall’incontro con il Risorto andiamo al mondo. In questo senso, è un peccato che oggi si sia trasformata la domenica in fine settimana, mentre è la prima giornata, è l’inizio; interiormente dobbiamo tenere presente questo: che è l’inizio, l’inizio della Creazione, è l’inizio della ricreazione nella Chiesa, incontro con il Creatore e con Cristo Risorto. Anche questo duplice contenuto della domenica è importante: è il primo giorno, cioè festa della Creazione, noi stiamo sul fondamento della Creazione, crediamo nel Dio Creatore; e incontro con il Risorto, che rinnova la Creazione; il suo vero scopo è creare un mondo che è risposta all’amore di Dio.
Poi c’erano dei principi: l’intelligibilità, invece di essere rinchiusi in una lingua non conosciuta, non parlata, ed anche la partecipazione attiva. Purtroppo, questi principi sono stati anche male intesi. Intelligibilità non vuol dire banalità, perché i grandi testi della liturgia — anche se parlati, grazie a Dio, in lingua materna — non sono facilmente intelligibili, hanno bisogno di una formazione permanente del cristiano perché cresca ed entri sempre più in profondità nel mistero e così possa comprendere. Ed anche la Parola di Dio — se penso giorno per giorno alla lettura dell’Antico Testamento, anche alla lettura delle Epistole paoline, dei Vangeli: chi potrebbe dire che capisce subito solo perché è nella propria lingua? Solo una formazione permanente del cuore e della mente può realmente creare intelligibilità ed una partecipazione che è più di una attività esteriore, che è un entrare della persona, del mio essere, nella comunione della Chiesa e così nella comunione con Cristo.
Secondo tema: la Chiesa. Sappiamo che il Concilio Vaticano i era stato interrotto a causa della guerra tedesco-francese e così è rimasto con una unilateralità, con un frammento, perché la dottrina sul primato — che è stata definita, grazie a Dio, in quel momento storico per la Chiesa, ed è stata molto necessaria per il tempo seguente — era soltanto un elemento in un’ecclesiologia più vasta, prevista, preparata. Così era rimasto il frammento. E si poteva dire: se il frammento rimane così come è, tendiamo ad una unilateralità: la Chiesa sarebbe solo il primato. Quindi già dall’inizio c’era questa intenzione di completare l’ecclesiologia del Vaticano i, in una data da trovare, per una ecclesiologia completa. Anche qui le condizioni sembravano molto buone perché, dopo la Prima Guerra Mondiale, era rinato il senso della Chiesa in modo nuovo. Romano Guardini disse: «Nelle anime comincia a risvegliarsi la Chiesa», e un vescovo protestante parlava del «secolo della Chiesa». Veniva ritrovato, soprattutto, il concetto, che era previsto anche dal Vaticano i, del Corpo Mistico di Cristo. Si voleva dire e capire che la Chiesa non è un’organizzazione, qualcosa di strutturale, giuridico, istituzionale — anche questo —, ma è un organismo, una realtà vitale, che entra nella mia anima, così che io stesso, proprio con la mia anima credente, sono elemento costruttivo della Chiesa come tale. In questo senso, Pio XII aveva scritto l’Enciclica Mystici Corporis Christi, come un passo verso un completamento dell’ecclesiologia del Vaticano i.
Direi che la discussione teologica degli anni ’30-’40, anche ’20, era completamente sotto questo segno della parola «Mystici Corporis». Fu una scoperta che ha creato tanta gioia in quel tempo ed anche in questo contesto è cresciuta la formula: Noi siamo la Chiesa, la Chiesa non è una struttura; noi stessi cristiani, insieme, siamo tutti il Corpo vivo della Chiesa. E, naturalmente, questo vale nel senso che noi, il vero «noi» dei credenti, insieme con l’«Io» di Cristo, è la Chiesa; ognuno di noi, non «un noi», un gruppo che si dichiara Chiesa. No: questo «noi siamo Chiesa» esige proprio il mio inserimento nel grande «noi» dei credenti di tutti i tempi e luoghi. Quindi, la prima idea: completare l’ecclesiologia in modo teologico, ma proseguendo anche in modo strutturale, cioè: accanto alla successione di Pietro, alla sua funzione unica, definire meglio anche la funzione dei Vescovi, del Corpo episcopale. E, per fare questo, è stata trovata la parola «collegialità», molto discussa, con discussioni accanite, direi, anche un po’ esagerate. Ma era la parola — forse ce ne sarebbe anche un’altra, ma serviva questa — per esprimere che i Vescovi, insieme, sono la continuazione dei Dodici, del Corpo degli Apostoli. Abbiamo detto: solo un Vescovo, quello di Roma, è successore di un determinato Apostolo, di Pietro. Tutti gli altri diventano successori degli Apostoli entrando nel Corpo che continua il Corpo degli Apostoli. Così proprio il Corpo dei Vescovi, il collegio, è la continuazione del Corpo dei Dodici, ed ha così la sua necessità, la sua funzione, i suoi diritti e doveri. Appariva a molti come una lotta per il potere, e forse qualcuno anche ha pensato al suo potere, ma sostanzialmente non si trattava di potere, ma della complementarietà dei fattori e della completezza del Corpo della Chiesa con i Vescovi, successori degli Apostoli, come elementi portanti; ed ognuno di loro è elemento portante della Chiesa, insieme con questo grande Corpo.
Questi erano, diciamo, i due elementi fondamentali e, nella ricerca di una visione teologica completa dell’ecclesiologia, nel frattempo, dopo gli anni ’40, negli anni ’50, era già nata un po’ di critica nel concetto di Corpo di Cristo: «mistico» sarebbe troppo spirituale, troppo esclusivo; era stato messo in gioco allora il concetto di «Popolo di Dio». E il Concilio, giustamente, ha accettato questo elemento, che nei Padri è considerato come espressione della continuità tra Antico e Nuovo Testamento. Nel testo del Nuovo Testamento, la parola «Laos tou Theou», corrispondente ai testi dell’Antico Testamento, significa — mi sembra con solo due eccezioni – l’antico Popolo di Dio, gli ebrei che, tra i popoli, «goim», del mondo, sono «il» Popolo di Dio. E gli altri, noi pagani, non siamo di per sé il Popolo di Dio, diventiamo figli di Abramo, e quindi Popolo di Dio entrando in comunione con il Cristo, che è l’unico seme di Abramo. Ed entrando in comunione con Lui, essendo uno con Lui, siamo anche noi Popolo di Dio. Cioè: il concetto «Popolo di Dio» implica continuità dei Testamenti, continuità della storia di Dio con il mondo, con gli uomini, ma implica anche l’elemento cristologico. Solo tramite la cristologia diveniamo Popolo di Dio e così si combinano i due concetti. Ed il Concilio ha deciso di creare una costruzione trinitaria dell’ecclesiologia: Popolo di Dio Padre, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo.
Ma solo dopo il Concilio è stato messo in luce un elemento che si trova un po’ nascosto, anche nel Concilio stesso, e cioè: il nesso tra Popolo di Dio e Corpo di Cristo, è proprio la comunione con Cristo nell’unione eucaristica. Qui diventiamo Corpo di Cristo; cioè la relazione tra Popolo di Dio e Corpo di Cristo crea una nuova realtà: la comunione. E dopo il Concilio è stato scoperto, direi, come il Concilio, in realtà, abbia trovato, abbia guidato a questo concetto: la comunione come concetto centrale. Direi che, filologicamente, nel Concilio esso non è ancora totalmente maturo, ma è frutto del Concilio che il concetto di comunione sia diventato sempre più l’espressione dell’essenza della Chiesa, comunione nelle diverse dimensioni: comunione con il Dio Trinitario — che è Egli stesso comunione tra Padre, Figlio e Spirito Santo —, comunione sacramentale, comunione concreta nell’episcopato e nella vita della Chiesa.
Ancora più conflittuale era il problema della Rivelazione. Qui si trattava della relazione tra Scrittura e Tradizione, e qui erano interessati soprattutto gli esegeti per una maggiore libertà; essi si sentivano un po’ — diciamo — in una situazione di inferiorità nei confronti dei protestanti, che facevano le grandi scoperte, mentre i cattolici si sentivano un po’ «handicappati» dalla necessità di sottomettersi al Magistero. Qui, quindi, era in gioco una lotta anche molto concreta: quale libertà hanno gli esegeti? Come si legge bene la Scrittura? Che cosa vuol dire Tradizione? Era una battaglia pluridimensionale che adesso non posso mostrare, ma importante è che certamente la Scrittura è la Parola di Dio e la Chiesa sta sotto la Scrittura, obbedisce alla Parola di Dio, e non sta al di sopra della Scrittura. E tuttavia, la Scrittura è Scrittura soltanto perché c’è la Chiesa viva, il suo soggetto vivo; senza il soggetto vivo della Chiesa, la Scrittura è solo un libro e apre, si apre a diverse interpretazioni e non dà un’ultima chiarezza.
Qui, la battaglia — come ho detto — era difficile, e fu decisivo un intervento di Papa Paolo VI. Questo intervento mostra tutta la delicatezza del padre, la sua responsabilità per l’andamento del Concilio, ma anche il suo grande rispetto per il Concilio. Era nata l’idea che la Scrittura è completa, vi si trova tutto; quindi non si ha bisogno della Tradizione, e perciò il Magistero non ha niente da dire. Allora, il Papa ha trasmesso al Concilio mi sembra 14 formule di una frase da inserire nel testo sulla Rivelazione e ci dava, dava ai Padri, la libertà di scegliere una delle 14 formule, ma disse: una deve essere scelta, per rendere completo il testo. Io mi ricordo, più o meno, della formula «non omnis certitudo de veritatibus fidei potest sumi ex Sacra Scriptura», cioè la certezza della Chiesa sulla fede non nasce soltanto da un libro isolato, ma ha bisogno del soggetto Chiesa illuminato, portato dallo Spirito Santo. Solo così poi la Scrittura parla ed ha tutta la sua autorevolezza. Questa frase che abbiamo scelto nella Commissione dottrinale, una delle 14 formule, è decisiva, direi, per mostrare l’indispensabilità, la necessità della Chiesa, e così capire che cosa vuol dire Tradizione, il Corpo vivo nel quale vive dagli inizi questa Parola e dal quale riceve la sua luce, nel quale è nata. Già il fatto del Canone è un fatto ecclesiale: che questi scritti siano la Scrittura risulta dall’illuminazione della Chiesa, che ha trovato in sé questo Canone della Scrittura; ha trovato, non creato, e sempre e solo in questa comunione della Chiesa viva si può anche realmente capire, leggere la Scrittura come Parola di Dio, come Parola che ci guida nella vita e nella morte.
Come ho detto, questa era una lite abbastanza difficile, ma grazie al Papa e grazie — diciamo — alla luce dello Spirito Santo, che era presente nel Concilio, è stato creato un documento che è uno dei più belli e anche innovativi di tutto il Concilio, e che deve essere ancora molto più studiato. Perché anche oggi l’esegesi tende a leggere la Scrittura fuori dalla Chiesa, fuori dalla fede, solo nel cosiddetto spirito del metodo storico-critico, metodo importante, ma mai così da poter dare soluzioni come ultima certezza; solo se crediamo che queste non sono parole umane, ma sono parole di Dio, e solo se vive il soggetto vivo al quale ha parlato e parla Dio, possiamo interpretare bene la Sacra Scrittura. E qui — come ho detto nella prefazione del mio libro su Gesù (cfr. vol. i) — c’è ancora molto da fare per arrivare ad una lettura veramente nello spirito del Concilio. Qui l’applicazione del Concilio ancora non è completa, ancora è da fare.
E, infine, l’ecumenismo. Non vorrei entrare adesso in questi problemi, ma era ovvio — soprattutto dopo le «passioni» dei cristiani nel tempo del nazismo — che i cristiani potessero trovare l’unità, almeno cercare l’unità, ma era chiaro anche che solo Dio può dare l’unità. E siamo ancora in questo cammino. Ora, con questi temi, l’«alleanza renana» — per così dire — aveva fatto il suo lavoro.
La seconda parte del Concilio è molto più ampia. Appariva, con grande urgenza, il tema: mondo di oggi, epoca moderna, e Chiesa; e con esso i temi della responsabilità per la costruzione di questo mondo, della società, responsabilità per il futuro di questo mondo e speranza escatologica, responsabilità etica del cristiano, dove trova le sue guide; e poi libertà religiosa, progresso, e relazione con le altre religioni. In questo momento, sono entrate in discussione realmente tutte le parti del Concilio, non solo l’America, gli Stati Uniti, con un forte interesse per la libertà religiosa. Nel terzo periodo questi hanno detto al Papa: Noi non possiamo tornare a casa senza avere, nel nostro bagaglio, una dichiarazione sulla libertà religiosa votata dal Concilio. Il Papa, tuttavia, ha avuto la fermezza e la decisione, la pazienza di portare il testo al quarto periodo, per trovare una maturazione ed un consenso abbastanza completi tra i Padri del Concilio. Dico: non solo gli americani sono entrati con grande forza nel gioco del Concilio, ma anche l’America Latina, sapendo bene della miseria del popolo, di un continente cattolico, e della responsabilità della fede per la situazione di questi uomini. E così anche l’Africa, l’Asia, hanno visto la necessità del dialogo interreligioso; sono cresciuti problemi che noi tedeschi — devo dire — all’inizio, non avevamo visto. Non posso adesso descrivere tutto questo. Il grande documento «Gaudium et spes» ha analizzato molto bene il problema tra escatologia cristiana e progresso mondano, tra responsabilità per la società di domani e responsabilità del cristiano davanti all’eternità, e così ha anche rinnovato l’etica cristiana, le fondamenta. Ma, diciamo inaspettatamente, è cresciuto, al di fuori di questo grande documento, un documento che rispondeva in modo più sintetico e più concreto alle sfide del tempo, e cioè la «Nostra aetate». Dall’inizio erano presenti i nostri amici ebrei, che hanno detto, soprattutto a noi tedeschi, ma non solo a noi, che dopo gli avvenimenti tristi di questo secolo nazista, del decennio nazista, la Chiesa cattolica deve dire una parola sull’Antico Testamento, sul popolo ebraico. Hanno detto: anche se è chiaro che la Chiesa non è responsabile della Shoah, erano cristiani, in gran parte, coloro che hanno commesso quei crimini; dobbiamo approfondire e rinnovare la coscienza cristiana, anche se sappiamo bene che i veri credenti sempre hanno resistito contro queste cose. E così era chiaro che la relazione con il mondo dell’antico Popolo di Dio dovesse essere oggetto di riflessione. Si capisce anche che i Paesi arabi — i Vescovi dei Paesi arabi — non fossero felici di questa cosa: temevano un po’ una glorificazione dello Stato di Israele, che non volevano, naturalmente. Dissero: Bene, un’indicazione veramente teologica sul popolo ebraico è buona, è necessaria, ma se parlate di questo, parlate anche dell’Islam; solo così siamo in equilibrio; anche l’Islam è una grande sfida e la Chiesa deve chiarire anche la sua relazione con l’Islam. Una cosa che noi, in quel momento, non abbiamo tanto capito, un po’, ma non molto. Oggi sappiamo quanto fosse necessario.
Quando abbiamo incominciato a lavorare anche sull’Islam, ci hanno detto: Ma ci sono anche altre religioni del mondo: tutta l’Asia! Pensate al Buddismo, all’Induismo... E così, invece di una Dichiarazione inizialmente pensata solo sull’antico Popolo di Dio, si è creato un testo sul dialogo interreligioso, anticipando quanto solo trent’anni dopo si è mostrato in tutta la sua intensità e importanza. Non posso entrare adesso in questo tema, ma se si legge il testo, si vede che è molto denso e preparato veramente da persone che conoscevano le realtà, e indica brevemente, con poche parole, l’essenziale. Così anche il fondamento di un dialogo, nella differenza, nella diversità, nella fede sull’unicità di Cristo, che è uno, e non è possibile, per un credente, pensare che le religioni siano tutte variazioni di un tema. No, c’è una realtà del Dio vivente che ha parlato, ed è un Dio, è un Dio incarnato, quindi una Parola di Dio, che è realmente Parola di Dio. Ma c’è l’esperienza religiosa, con una certa luce umana della creazione, e quindi è necessario e possibile entrare in dialogo, e così aprirsi l’uno all’altro e aprire tutti alla pace di Dio, di tutti i suoi figli, di tutta la sua famiglia.
Quindi, questi due documenti, libertà religiosa e «Nostra aetate», connessi con «Gaudium et spes» sono una trilogia molto importante, la cui importanza si è mostrata solo nel corso dei decenni, e ancora stiamo lavorando per capire meglio questo insieme tra unicità della Rivelazione di Dio, unicità dell’unico Dio incarnato in Cristo, e la molteplicità delle religioni, con le quali cerchiamo la pace e anche il cuore aperto per la luce dello Spirito Santo, che illumina e guida a Cristo.
Vorrei adesso aggiungere ancora un terzo punto: c’era il Concilio dei Padri — il vero Concilio —, ma c’era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri. E mentre il Concilio dei Padri si realizzava all’interno della fede, era un Concilio della fede che cerca l’intellectus, che cerca di comprendersi e cerca di comprendere i segni di Dio in quel momento, che cerca di rispondere alla sfida di Dio in quel momento e di trovare nella Parola di Dio la parola per oggi e domani, mentre tutto il Concilio — come ho detto — si muoveva all’interno della fede, come fides quaerens intellectum, il Concilio dei giornalisti non si è realizzato, naturalmente, all’interno della fede, ma all’interno delle categorie dei media di oggi, cioè fuori dalla fede, con un’ermeneutica diversa. Era un’ermeneutica politica: per i media, il Concilio era una lotta politica, una lotta di potere tra diverse correnti nella Chiesa. Era ovvio che i media prendessero posizione per quella parte che a loro appariva quella più confacente con il loro mondo. C’erano quelli che cercavano la decentralizzazione della Chiesa, il potere per i Vescovi e poi, tramite la parola «Popolo di Dio», il potere del popolo, dei laici. C’era questa triplice questione: il potere del Papa, poi trasferito al potere dei Vescovi e al potere di tutti, sovranità popolare. Naturalmente, per loro era questa la parte da approvare, da promulgare, da favorire. E così anche per la liturgia: non interessava la liturgia come atto della fede, ma come una cosa dove si fanno cose comprensibili, una cosa di attività della comunità, una cosa profana. E sappiamo che c’era una tendenza, che si fondava anche storicamente, a dire: La sacralità è una cosa pagana, eventualmente anche dell’Antico Testamento. Nel Nuovo vale solo che Cristo è morto fuori: cioè fuori dalle porte, cioè nel mondo profano. Sacralità quindi da terminare, profanità anche del culto: il culto non è culto, ma un atto dell’insieme, della partecipazione comune, e così anche partecipazione come attività. Queste traduzioni, banalizzazioni dell’idea del Concilio, sono state virulente nella prassi dell’applicazione della Riforma liturgica; esse erano nate in una visione del Concilio al di fuori della sua propria chiave, della fede. E così, anche nella questione della Scrittura: la Scrittura è un libro, storico, da trattare storicamente e nient’altro, e così via.
Sappiamo come questo Concilio dei media fosse accessibile a tutti. Quindi, questo era quello dominante, più efficiente, ed ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata... e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale. Ma la forza reale del Concilio era presente e, man mano, si realizza sempre più e diventa la vera forza che poi è anche vera riforma, vero rinnovamento della Chiesa. Mi sembra che, 50 anni dopo il Concilio, vediamo come questo Concilio virtuale si rompa, si perda, e appare il vero Concilio con tutta la sua forza spirituale. Ed è nostro compito, proprio in questo Anno della fede, cominciando da questo Anno della fede, lavorare perché il vero Concilio, con la sua forza dello Spirito Santo, si realizzi e sia realmente rinnovata la Chiesa. Speriamo che il Signore ci aiuti. Io, ritirato con la mia preghiera, sarò sempre con voi, e insieme andiamo avanti con il Signore, nella certezza: Vince il Signore! Grazie!

lunedì 10 dicembre 2012

Addio a don Sciarra prete missionario vicino agli oppressi

da  http://ilcentro.gelocal.it/laquila/cronaca/2012/12/09/news/addio-a-don-sciarra-prete-missionario-vicino-agli-oppressi-1.6171637

di Nino Motta
AVEZZANO. Marsica in lutto per la morte di don Antonio Sciarra, da 20 anni missionario in Albania. Il sacerdote si è spento ieri all'alba all'ospedale di Avezzano. Aveva 75 anni. Gli erano accanto due collaboratori, Alexander Palushaj, albanese, e Renato Cucchiarelli di Avezzano, che in tutti questi anni lo hanno aiutato nell'opera missionaria. «Per noi albanesi», testimonia Palushaj, «don Antonio è un santo. Quello che lui ha fatto per l'Albania, non lo aveva mai fatto nessuno. La sua non è stata solo un'opera di evangelizzazione, ma anche di promozione culturale e sociale del popolo albanese». E ricorda alcune delle iniziative, come l'ulivicoltura e l'artigianato, promosse da don Antonio per creare lavoro e impedire così a tanti albanesi di lasciare il loro paese. Era anche un sacerdote coraggioso, don Antonio. «Nel 1997, allo scoppio della guerra civile», ricorda Renato Cucchiarelli, «tutti i sacerdoti, su invito del papa, hanno lasciato l'Albania, per motivi di sicurezza. È rimasto solo don Antonio. Incurante dei rischi cui andava incontro, si muoveva in lungo e in largo per soccorrere i feriti e aiutare chi aveva bisogno. Cento bambini, gravemente feriti, grazie all'interessamento di don Antonio, sono stati trasportati in ospedali italiani e guariti». Dopo la guerra, durata due anni, don Antonio, con i bossoli, ha fatto costruire la "Campana della Pace", portata in giro sia in Albania che in Italia. Un messaggio di dura condanna della guerra e di speranza in un mondo di pace e di fratellanza tra i popoli. Una speranza vana, purtroppo, se nel 1999, la missione di Blinisht, si è trovata ad accogliere oltre 1.300 profughi del Kossovo, dilaniato dalla guerra. Sono anni in cui don Antonio, «spirito generoso, esuberante e creativo», come lo ha definito il vicario del vescovo di Avezzano, monsignor Domenico Ramelli, si prodiga ad aiutare, oltre alla popolazione locale, anche gli albanesi emigrati in Italia. Per facilitarne l'integrazione si inventa la Rindertimi, associazione italo-albanese, con sede ad Avezzano, presieduta dal nipote, Gino Milano, oggi consigliere regionale. Al tempo stesso promuove campagne, come ad esempio la vendita di patate offerte dagli agricoltori del Fucino, per raccogliere fondi da destinare alla missione di Blinisht. L'ultimo suo sogno, una struttura per il recupero dei tossicodipendenti, presto diventerà realtà. Don Antonio ha dato anche all'Albania la possibilità di onorare uno dei suoi figli più illustri: San Pelino. In Italia al santo sono dedicate la cattedrale di Brindisi, la diocesi di Sulmona-Valva e la basilica di Corfinio, mentre nella Marsica un intero paese porta il suo nome. In Albania invece era uno sconosciuto. Finché don Antonio, spulciando tra le carte, non ha scoperto l'origine albanese del santo. E dallo scorso anno San Pelino è venerato nella chiesa dei Martiri albanesi a Blinisht. Il governo albanese, come segno di gratitudine per quello che don Antonio ha fatto per questo Paese, lo ha insignito della massima onorificenza, che porta il nome di Maria Teresa di Calcutta. I funerali oggi alle 14.30 in cattedrale. La funzione sarà presieduta dal vescovo, monsignor Pietro Santoro. Dopo le esequie, la salma sarà trasportata in Albania, dove sarà tumulata, come era desiderio di don Antonio, davanti alla chiesa di Blinisht.
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lunedì 25 giugno 2012

Quasi un secolo fa nelle Chiese di Toscana



Amici di Supplemento d'anima e Associazione "Amici di don Carlo Zaccaro"

25 giugno 2012 alle ore 17.30 
nella Sala Toniolo del Seminario Vescovile di Fiesole (Piazza Mino, 1)

Conversazione di don Silvano Nistri sul tema

Quasi un secolo fa nelle Chiese di Toscana
Elia Dalla Costa e Antonio Bagnoli

Sarà presente Mons. Gastone Simoni, Vescovo di Prato

lunedì 28 maggio 2012

La coop “Fare del bene” cambia Corzani cede la presidenza a Zappia


GALEATA. L’obiettivo è fin troppo semplice, continuare a “Fare del Bene”. La cooperativa fondata nel 2001 per volontà delle istituzioni della vallata del Bidente, della Madonnina del Grappa - rappresentata all’epoca da don Carlo Zaccaro - da venerdì scorso può contare su un nuovo gruppo dirigenziale. Il presidente della prima ora Giuseppe Corzani (ex direttore di Confartigianato) ha passato la mano al 40nne Carlo Zappia proponendone la nomina davanti al consiglio.
«Sono stato per dodici anni un presidente soprattutto di rappresentanza - ricorda Corzani - adesso è il momento di passare ad una figura più operativa. Per questo ritengo che Zappia sia la persona giusta». Nato ad Asmara da padre italiano e madre etiope, il nuovo presidente è coniugato con tre figli. «Facevo già parte della cooperativa sin dalla fondazione e sono sempre stato nel consiglio anche quando risiedevo a Firenze. Dal 2004 mi sono trasferito a Galeata diventando parte attiva della cooperativa. Ho accettato la proposta di diventare presidente senza esitazioni, perché convinto della piena collaborazione dei soci, delle istituzioni e delle ditte che hanno sempre dato e continuano a darci lavoro, in particolare lo stabilimento tipografico di Santa Sofia, la ditta Valli di Galeata, e la ditta Grillo di Cesena». La cooperativa “Fare del Bene”, che ha chiuso positivamente il consuntivo 2011, svolge attualmente venti attività «che si possono ripartire - spiega il neo presidente - in tre tipologie: quella intellettuale, che consiste nella gestione di sportelli per stranieri, Cup (centro unificato prenotazioni), Centro per famiglie; manuale, per la manutenzione di verde pubblico e privato, pulizia edifici, attività di disinfestazione e derattizzazione, accudimento cani, gestione mattatoio e lampade votive. Infine ulteriore branca è il laboratorio dove sono coinvolte persone in difficoltà. In totale occupiamo 42 lavoratori, la maggioranza dei quali diversamente abili». Il presidente, che sarà coadiuvato dai vice Franco Talenti di Santa Sofia e Settimio Ceccarelli di Predappio, si propone di assumere decisioni «condivise con i soci che hanno responsabilità di settore. Il primo obbiettivo, invece, sarà quello di individuare dei responsabili per migliorare l’aspetto organizzativo e creare sinergie, condizione fondamentale per una cooperativa come la nostra, per la quale i primi protagonisti sono le persone, senza trascurare ovviamente l’aspetto costi-benefici che hanno la loro importanza in qualsiasi attività». Gli altri 12 consiglieri eletti nel Cda sono : Giuseppe Corzani, Liviana Zanetti, Marco Iachetta, Ilaria Collinelli, Isabel Guidi, Maria Federica Turchi, Sylvia Casamenti, Angelina Beoni, Loredana Fabbrica, Maurizio Rossi, Marzio Fabbri e Cristina Locatelli.

Riccardo Rinieri.
da  www.corriereromagna.it  del 27 maggio 2012

sabato 14 aprile 2012

mercoledì 25 gennaio 2012

Una lettera di don Carlo pubblicata su SUPPLEMENTO D'ANIMA

SUPPLEMENTO D'ANIMA
n. 98 - 15/12/2011: Cattolici e politica, tra astensionismo e voglia di impegno
http://www.associazionecsc.com/Supplemento-d-anima/n.-98-15/12/2011-Cattolici-e-politica-tra-astensionismo-e-voglia-di-impegno.html#diciannove

Una lettera rivelatrice
Lettera a
suor Maria Evangelista Fabbrini, originaria di San Giovanni Valdarno, vissuta per quasi tutta la sua vita di carmelitana a Firenze, prima nel monastero di S.Maria Maddalena de’ Pazzi, nei pressi di Careggi, e poi sui colli sopra Scandicci, all’Eremo S.Maria degli Angeli. Uno dei suoi interlocutori era don Carlo Zaccaro. ................. Si tratta di una lettera rivelatrice non solo dei due corrispondenti, ma anche di due grandi personalità del laicato cattolico impegnato in politica (uno di loro, come si sa, diventò sacerdote e fondatore di una comunità consacrata): Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira. ........ Quale altezza e profondità spirituale nell’indimenticabile deputato e sindaco di Firenze! (GS) La lettera che pubblichiamo porta la data del 24.4.2004.

Carissima Suor Evangelista,
La sua ultima lettera è immagine dell’amicizia che Dio ha voluto donarci fin dai lontani giorni primaverili della nostra consacrazione al Signore, quando cantavamo con “giubilo” il nostro amore per Lui. Se in certi momenti il giubilo ci viene sottratto, rimane il cantus firmus del nostro cuore purificato da ogni ritorno interessato e compiaciuto magari dalla nostra stessa povertà.
Ieri sera ero a parlare con don Renzo Rossi e il prof. Scivoletto a Bologna in S.Domenico di Giorgio La Pira. Suor Evangelista potrebbe fare un balzo anche dal letto ricordando il suo affetto per voi monache giovanissime del Carmelo. Lui così piccolo è un gigante della spiritualità, diventa strumento di elezione del Verbo nella Pasqua del 1924 e risposta sconfinatamente generosa alla preghiera di Gesù: ut unum sint. Le voglio dire che Lei in questo momento assomiglia a Lui in uno di quei momenti descritti da Dossetti e di cui Le trascrivo il testo: «Io ho visto La Pira – scrive Dossetti – in momenti di successo e di relativa serenità esterna; l’ho visto spaventosamente abbattuto, annientato”. Ed evoca una scena risalente agli inizi del loro sodalizio a Roma tra il ’45 e il ’46. «Non c’erano ragioni apparenti di contraddizioni dall’esterno. Eppure tutta la sua vitalità e la sua capacità di gioia sembravano spente. Passava ore ed ore steso sul letto, senza sorriso, senza vita, con un dolore e un candore indescrivibile, niente di incomposto e di tormentato, ma solo con un atteggiamento di abbandono dolcissimo ad una sofferenza misteriosa che non mi è parsa mai l’analogo di altre sofferenze umane possibili e che richiamava l’atteggiamento di un agnello. Ho sempre presunto di intuire che quei momenti o periodi (e ce ne furono ben altri durante i trent’anni successivi) non fossero altro che grandi purificazioni passive».
Ma la consapevolezza di essere scelto da Dio – “La Parola zittì chiacchiere mie” (Clemente Rebora) la Parola della croce - dette la forza del profetismo a La Pira e quando Dossetti a lui febbricitante sul letto andò a comunicargli che sarebbe diventato sacerdote perché ormai i giochi erano fatti e addensandosi in lunghi ragionamenti voleva dimostrare che il partito comunista avrebbe finito con il vincere in Italia, il professore replicò con forza: «No, perché è ateo».
L’unione fa missione. Inaspettatamente ho ricevuto gli auguri dalla Priora del Carmelo di Careggi. Le sofferenze offerte cementeranno un’unione che sembrava impossibile raggiungere. Ma il Signore è onnipotente e ci risusciterà dalla morte corporale.
Un devoto fraterno abbraccio, nel Signore
Don Carlo


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Di seguito una sintesi degli interventi ai Martedì di San Domenico di cui si parla nella lettera.

http://www.centrosandomenico.it/cgi-bin/csd_anno_resoconto?CODICE=20041123

Anno Sociale 2004 - 2005

I Martedì di San Domenico
con il patrocinio di Provincia di Bologna

23 novembre 2004
Idealità e pratica politica
Cento anni di Giorgio La Pira
Renzo Rossi, Angelo Scivoletto, Carlo Zaccaro


Salutato da Valeria Cicala, che ringrazia per il patrocinio la Provincia di Bologna e sottolinea l'importanza di ricordare ai giovani figure esemplari del recente passato, prende avvio un commosso ricordo-rievocazione di Giorgio La Pira e della sua opera da parte di tre persone che ebbero modo di conoscerlo e di stargli a fianco.
Angelo Scivoletto, sociologo all'Università di Parma, ricorda la sicilianità di La Pira e insieme il suo grande innamoramento per Firenze ("Caro Pugliatti, motivi soprannaturali mi dicono di fermarmi a Firenze"), per una città che trasformò, a partire dal 1951, in "città degli incontri" (unica municipalità che prevedeva impegni e spese di politica estera) e da cui si congedò politicamente nel 1965 quando si sentì dato per scontato come sindaco (capolavoro di ascetismo e di distacco). Il trasporto e la spontaneità cristiana trovavano in lui un interprete capace di grande concretezza ("io sono ragioniere") e insieme di progetti arditi (la comunione dei popoli, il superamento dei blocchi Est-Ovest, l'eliminazione della guerra come strumento politico). L'instancabile viaggiare di La Pira era una poesia di confusione che produceva però risultati enormi (la sua bozza di accordo con Ho Chi Min fu utilizzata, otto anni dopo, nei negoziati Usa-Vietnam). L'anno 1945 - con la res nova dell'atomica, con l'ipoteca tragica che pesa sull'intera Umanità - è il momento chiave della sua vocazione di "sindaco della pace": ciò che fece in seguito va considerato non come l'opera irripetibile di una persona eccezionale né come un agire di altri tempi, ma come esempio pratico, riproducibile, come tappa di un cammino obbligato, perché "tutto converge piano piano nella pace dei popoli". La Pira può essere oggi ritenuto un modello per i politici del futuro.
Don Renzo Rossi, già missionario in Brasile, ricorda in La Pira l'uomo dalla grande fede, dalla grande speranza, dalla immensa carità: l'uomo della gioia. La sua era un'esperienza biblica trasmessa in senso politico, e la preghiera ne costituiva una parte essenziale, tanto che lo si può definire un contemplativo nell'azione. Una fede a volte faticosa la sua, perché vissuta assumendo in prima persona la sofferenza che gli veniva da fuori. Significativo e più che mai coerente fu dunque l'incessante prodigarsi per i poveri e i disoccupati ("non lascerò senza difesa la parte debole di questa città"), un modo di interpretare il suo ruolo di primo cittadino che lasciava spesso interdetti. Montanelli (che non comprese mai pienamente La Pira) sosteneva che per fare il sindaco di Firenze occorreva o un pazzo o un santo. Ebbene: La Pira riusciva a mettere insieme la santità e la pazzia. La sua grande capacità di sogno (ma ben concreto: vedi Vietnam, Algeria, Palestina...) ne ha fatto un personaggio che - al pari di don Milani - non si esaurisce mai, ci precorre sempre. Don Carlo Zaccaro, dell'Opera Madonnina del Grappa di Firenze, descrive la risposta personale di La Pira a Dio, che lo chiama, lo aggredisce, lo afferra (esperienza mistica, Pasqua 1924), e il conseguente ascetismo, la scelta di vita monastica contornato dai domenicani a San Marco. Il suo agire, in effetti, era frutto della contemplazione. La Pira ha sempre avuto chiarissima coscienza di una missione personale ricevuta da Dio: volle essere laico per essere missionario nel mondo. Per lui servire il povero era come celebrare l'eucarestia (non quindi assistenza, ma sacramento). Nonostante i suoi numerosissimi viaggi, raramente mancava a due appuntamenti: il sabato sera alle carceri e la domenica mattina alla messa dei poveri in San Procolo. Le sue malattie improvvise, inspiegabili, testimoniano di una sofferenza misteriosa che La Pira attraversava per poi tornare alla sua sociologia: "ogni persona è un fine". Apostolo della resurrezione ("Se Cristo è risorto, che avete paura?"), profeta in politica (ateismo tallone d'achille del comunismo, zone "calde" in cui operare per la pace), La Pira non risparmiava energie e parole di conforto, anche nei momenti più difficili; per i quali - citando Rostand - amava ripetere: "Quanto più fonda è la notte, tanto più vicina è l'aurora".

Santa Messa per i 10 anni dalla morte di don Carlo Zaccaro

22 Maggio alle ore 18 nella Chiesa di San Michelino Visdomini in via dei Servi a Firenze. Santa Messa per i 10 anni dalla morte di don Car...