sabato 30 aprile 2011

Sabato 14 Maggio 2011 a Galeata, raduno dei Ragazzi di Villa Torricella e Villa Guicciardini.


http://www.facebook.com/event.php?eid=203903252967877


Per chi viene da lontano con possibilità di dormire nella struttura di Sant' Ellero.
Il programma prevede:
ore 16,00 ritrovo a Sant' Ellero
ore 19,00 Cena all' Agriturismo Pettola (si prega di dare conferma nei tempi stabiliti a chi interessa).

Menu fisso a 18,00 €/persona
bambini sotto 5 anni gratis
bambini da 5 a 10 anni 8€
...bambini da 10 a 15 anni 10 €
ragazzi sopra 15 anni come adulti.

Il menu consistente in
crostini
2 primi
1 carne ai ferri
1 contorno misto
dolce
vino+acqua + caffè + digestivo.

Per quanto riguarda il pernottamento:

abbiamo la disponibilità di alcuni posti a Sant'Ellero e di altri presso l'Ostello della Gioventù di S.Sofia (struttura davvero carina e molto confortevole nel centro del paese). Vi faremo sapere prima possibile i prezzi.
Per chi decide di rimanere a dormire il giorno dopo ci sarà la Commemorazione, per il primo anniversario dalla morte di don Carlo dove il Comune gli dedicherà una strada. 


Ovviamente l' invito è rivolto anche a mogli, fidanzate e figli.
Per motivi organizzativi si prega di dare conferma entro il 3 Maggio specificando chi rimane a dormire scrivendo a

torricellaboys@gmail.com


o chiamando ai seguenti numeri:


Carlo Zappia: 3316386126
Roberto Curt Amodeo: 3389040508

Con la speranza di vedere come siete invecchiati per ora vi salutiamo.


I Galeata Boys
  
  

sabato 23 aprile 2011

La Chiesa? E’ vicina e … parla

da  http://diocesipistoia.wordpress.com/2011/04/23/la-chiesa-e-vicina-e-parla/

 Pistoia, Pasqua 2011 – La Pasqua è il nostro destino: lo scopo per cui ci è data la vita, il traguardo cui volge la nostra strada. C’è una sintonia profonda, insopprimibile, tra ciò che ogni persona radicalmente attende e ciò che la Pasqua annuncia.
E’ il dono, originalissimo, di noi cristiani al mondo; è il sale con cui rendiamo sapida la vita.
Occorre però che noi siamo persone e comunità che vivono questa speranza e mostrano quanto essa umanizzi la vita.
Com’è una Chiesa che crede alla Pasqua, una Comunità cristiana che vive la Resurrezione ? Tra le molte risposte possibili ne scelgo due che mi paiono attuali oltre che pertinenti.
La Chiesa di Pasqua è una Chiesa “vicina”, secondo la parola del Risorto “io sono con voi”.
Da un po’ di tempo mi vado chiedendo, come Vescovo, se la nostra Chiesa italiana non stia perdendo il contatto con la gente, non stia sbiadendo una presenza significativa dentro l’orizzonte di riferimento quotidiano, normale, delle persone.
Certo può essere la conseguenza di un indebolimento della struttura ecclesiale, ma forse è, ancor più, una immagine di chiesa che gioca prevalentemente in difesa e percorre troppo velocemente il tracciato dell’ ascolto, dell’ analisi, della comprensione e dell’ umana sintonia, per approdare al pur necessario pronunciamento e giudizio.
Mi preoccupa questo allontanarsi della chiesa da una dimensione autenticamente popolare, non populistica e demagogica, perché impoverisce una caratteristica marcatamente evangelica e rischia di velare la luminosità della Pasqua nella vita della gente.
La seconda risposta: una Chiesa di Pasqua è una chiesa “ che parla”. E parla significativamente, incidendo e solcando le intelligenze e le coscienze. E’ un parlare che può anche dispiacere a qualcuno e suscitare reazioni amare, come ci insegnano gli Atti degli Apostoli descrivendo le reazioni dell’ ufficialità giudaica all’ annuncio di Pietro sulla Resurrezione.
Mi ha molto colpito il discorso del Card. Tettamanzi alla sua chiesa di Milano, nella Domenica delle Palme. Credo che la Pasqua ci impegni ad un di più di lealtà, di chiarezza, di “profezia” verso il nostro tempo, collocandoci come cristiani dentro la storia, senza sconti e senza protezioni.
Allora è il tempo di pronunciare parole chiare, sui principi ma anche sui comportamenti, sulla dottrina ma anche sulle persone, sull’ etica ma anche sui fatti che accadono.
Credo che una Pasqua così porterebbe chiarezza e fermezza di giudizio su avvenimenti che stanno accadendo alle frontiere ma anche su comportamenti che avvengono al centro.
Certo una Pasqua “vicina” e “che parla”, è faticosa e pone la Chiesa sulla strada della conversione, ma è anche l’unica davvero evangelica: quello che ha avuto ed ha la forza di generare il cristiano come lievito della storia.

Mansueto Bianchi, vescovo di Pistoia

VEDI ANCHE   http://doncarlozaccaro.blogspot.com/2011/04/per-la-chiesa-una-conversione-urgente.html

domenica 17 aprile 2011

Per la chiesa una conversione urgente

un articolo di Mons. Giordano Frosini sul settimanale cattolico "La Vita"
http://www.diocesipistoia.it/public/vita15_1%20-%202011.pdf



Col passare del tempo cresce la convinzione che la chiesa, più che di un’operazione di maquillage o di correzioni di piccole entità, ha bisogno di riforme radicali che incidano profondamente sui suoi comportamenti. I tempi urgono e le attese si fanno sempre di più spasmodiche. La nostra attenzione non è tanto rivolta alle critiche esterne, non sempre serene e disinteressate, mai però da disattendersi, quanto alle sollecitazioni che provengono dall’interno, in particolare da parte di coloro che appartengono alla schiera dei figli migliori.
Un malessere che si diffonde a macchia d’olio soprattutto nei paesi di antica cristianità, compreso naturalmente il nostro. Continuano ad arrivare notizie di distacchi dalla chiesa, da parte di coloro che non riescono più a condividere le sue posizioni e i suoi atteggiamenti. Non è detto che tutte le critiche siano accettabili e che tutto quello che viene suggerito debba anche essere realizzato. Però il coro di queste voci si fa sempre di più intenso e rumoroso e non è per niente il caso di continuare a far vista di niente. Farne l’elenco, anche soltanto per rimanere in campo italiano, sarebbe troppo lungo. E la schiera sta aumentando ogni giorno.
Manca il respiro è il titolo di un libro recentemente comparso con le firme di due storici: don Saverio Xeres, docente nella Facoltà teologica dell’Italia  settentrionale e di Giorgio Campanini, il cui amore alla chiesa non ha certo bisogno di essere dimostrato. In generale, nei riguardi di queste critiche ricordiamo anzitutto un pensiero già più volte espresso, specialmente in questi ultimi tempi: non vuol bene alla chiesa chi la difende per quello che è, ma chi la spinge a essere sempre di più quello che ancora non è e che invece dovrebbe essere. Il sonno dogmatico dei dirigenti deve a ogni costo essere interrotto prima che sia troppo tardi.
Qualcosa non funziona a dovere. Il dito è puntato soprattutto sulla scarsa valorizzazione del contributo del popolo di Dio nel suo complesso, in particolare dei laici, che pure formano la stragrande maggioranza della comunità ecclesiale. Senza di loro la chiesa manca di una componente essenziale, specialmente per quanto riguarda la sua presenza nel mondo: una presenza non certo sostituibile da quella della gerarchia, come invece da tempo sta accadendo. Ma è pure in questione la partecipazione di tutti i battezzati ai problemi anche interni della chiesa. Si continua a parlare di corresponsabilità, ma esiste veramente a tutti i livelli in cui si struttura la chiesa? E l’opinione pubblica al suo interno perché non ha ancora corso legale, dopo le tante discussioni cominciate addirittura dai tempi di Pio XII? Sono certamente lodevoli le programmatiche riunioni della nostra Conferenza episcopale e del Consiglio permanente della stessa. Ma, c’è domandarsi, quanto le une e le altre, tengono conto dell’effettiva opinione del popolo cristiano, compresa quella dei presbiteri e, in non pochi casi, perfino dei vescovi? Più in alto si sale e più la corresponsabilità dovrebbe essere assicurata.
Le domande si potrebbero moltiplicare e ruoterebbero sostanzialmente sugli stessi punti, consacrati ormai da decenni dal concilio Vaticano II in documenti meravigliosi che dovrebbero illuminare il cammino dell’intera comunità. I richiami, almeno qualche volta, sono fatti in modi non del tutto appropriati, ma per questo però possono essere messi in disparte, come se essi nascessero sempre da mentalità erronee o addirittura scismatiche? Bisogna dare loro una risposta convincente e il più possibile urgente. Altrimenti la frattura fra la parte dirigenziale e la base della comunità cristiana si farà sempre più larga e profonda, col rischio di smottamenti progressivi e pericolosi, duplicando in questo modo la situazione che si presenta disastrosa all’interno della società civile.
Che ognuno torni al suo posto e compia responsabilmente quelle azioni che appartengono alla propria vocazione. Il concilio è alle nostre spalle come un monito perenne e non bisogna tradirlo coi nostri comportamenti ingiustificati e ingiustificabili. Per questo a tutti si chiede una forte dose di umiltà e di disponibilità all’ascolto. Una conversione vera e propria: una conversione lungamente attesa e mai sufficientemente realizzata. Occorre per questo un dialogo più fraterno e quella libertà di espressione che appartiene di diritto a tutti i battezzati.
Può servire da schema di fondo la bellissima preghiera reperibile nei testi della nuova liturgia: “La tua chiesa sia testimonianza viva di verità e di libertà, di giustizia e di pace, perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo”. E’ la preghiera del Regno, alla cui costruzione tutti sono chiamati.


Giordano Frosini

VEDI ANCHE
Oggi alla Chiesa manca il respiro. di Enzo Bianchi su LA STAMPA
http://www3.lastampa.it/libri/sezioni/lontano-e-vicino/articolo/lstp/398102/

martedì 22 marzo 2011

Don Carlo Zaccaro: da don Bensi a don Facibeni

Palazzo Vecchio - p.zza della Signoria
Salone de' Dugento
Firenze - FI


Data: 15/04/2011
Orario: 17.00


Ad un anno dalla scomparsa il ricordo di Ettore Bernabei.

Seguirà la presentazione del volume di Mario Bertini
"Don Carlo Zaccaro, la fantasia dell'amore" a cura di Pier Francesco Listri.

Modererà l'incontro Stefano Marmugi.

Da   http://www.sefeditrice.it/detaileventi.asp?IDN=1991&IDSezione=32

martedì 15 marzo 2011

INAUGURAZIONE DEL PERCORSO COSTITUZIONALE A BARBIANA

    
Sabato 16 Aprile 2011 ore 11


In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia la Fondazione don Lorenzo Milani, il Comune di Vicchio e l’ Istituzione culturale don Lorenzo Milani ripropongono i valori costituzionali attraverso il <Sentiero della Costituzione a Barbiana>.
Sono stati allestiti dalla fondazione Don Lorenzo Milani, lungo un sentiero di oltre un chilometro, 44 grandi bacheche con gli articoli della Costituzione illustrati dai disegni dei ragazzi di diverse scuole d’Italia che per l’occasione hanno collaborato al progetto.
Il percorso scelto è lo stesso che fece a piedi don Lorenzo Milani il primo giorno  che fu mandato a Barbiana.
Nella scuola di Barbiana la Costituzione era molto studiata, era considerata la bussola per non smarrirsi, la guida del futuro cammino dei ragazzi nella società. In essa i barbianesi vedevano non solo la Legge fondamentale dello Stato, ma anche il punto d’equilibrio sociale capace di costruire una società nuova, più giusta ed equilibrata. Così come in quella scuola era valorizzato l’impegno politico e sindacale. Un concetto riassunto nella lettera ai giudici con la frase <la leva ufficiale per cambiar la legge è il voto, la Costituzione gli affianca la leva dello sciopero>.
Del resto l’affermazione contenuta in -Lettera a una professoressa- <uscire insieme dai problemi è la politica, uscirne da soli è l’avarizia>, rappresenta una sintesi molto efficace del valore della solidarietà praticata alla scuola di don Milani e prevista dai primi articoli della Costituzione.

PROGRAMMA

ore 9,30
Vicchio – Teatro Giotto
Incontro dei ragazzi delle scuole con il Presidente della Corte Costituzionale

ore 11
Barbiana
Inaugurazione del Percorso Costituzionale

Saluto:
del Presidente della Fondazione Don Lorenzo Milani
Michele Gesualdi
del Sindaco di Vicchio 
Roberto Izzo
del Presidente della Provincia di Firenze
 Andrea Barducci
della Vice Presidente della Regione Toscana
Stella Targetti

 Intervento del Presidente della Corte Costituzionale
Prof. Ugo De Siervo

Salita per il <Sentiero della Costituzione> fino alla scuola di Barbiana

Visita del Percorso Didattico

Grazie Don Carlo


di Marco Evi Martinucci

In occasione della crisi kosovara del 1999 si sviluppò una progetto tra l’Opera della Divina Provvidenza della Madonnina del Grappa, l’Ospedale Meyer e la Regione Toscana, all’interno della Missione Arcobaleno, per portare aiuto e sostegno alle strutture sanitarie di Scutari per far fronte alle emergenze sanitarie determinate dalle massicce ondate di profughi provenienti dal Kossovo. In accordo con la Direzione Generale degli Ospedali di Scutari (dott. Astri Beci), fu organizzato un presidio ambulatoriale all’interno del locale Ospedale Pediatrico. Medici e infermieri toscani si prodigarono per due mesi a fianco dei Colleghi Pediatri scutarini per visitare e curare tutti i bambini profughi e non , che ne avessero bisogno, avvalendosi dei farmaci, delle attrezzature sanitarie e degli strumenti di laboratorio che erano stati trasportati da Firenze e che furono poi lasciati, una volta finita la missione, a disposizione dell’ospedale pediatrico stesso.
La missione fu resa possibile anche e soprattutto per il grande sostegno che Don Carlo Zaccaro della Madonnina del Grappa dette al personale sanitario toscano : in un momento di grande confusione e di difficile reperimento di beni di prima necessità, Don Carlo mise a disposizione un appartamento vicino all’Ospedale dove ogni volontario ha sempre potuto trovare un piatto caldo, un letto pulito, una doccia ristoratrice e non solo: il tutto accompagnato da tanta affabile riconoscenza per quel po’ che si riusciva a fare per i bambini. L’azione combinata di tutte le componenti riuscì a cementare uno spirito di solidarietà e di collaborazione che certamente dette i suoi frutti non solo nei momenti drammatici dell’emergenza ma anche in seguito, dopo il rientro in patria dei profughi e la cessazione della missione del Meyer a Scutari.
In quello stesso spirito che ormai pervadeva tutti, il Direttore degli Ospedali di Scutari pensò di chiedere al responsabile della missione della Regione Toscana e a Don Carlo Zaccaro di organizzare un corso di aggiornamento e formazione professionale presso l’Ospedale Pediatrico “A.Meyer” di Firenze, per tutti i medici e altri operatori sanitari dell’Ospedale Pediatrico di Scutari. Non fu un’impresa facile, ma grazie allo sforzo di tutti (Regione Toscana, Ospedale Meyer, Consolato Italiano di Scutari, Direzione degli Ospedali e Prefettura di Scutari e il solito impareggiabile sostegno di Don Carlo Zaccaro), si riuscì a superare tutte le difficoltà burocratiche e ad offrire a tutti i Colleghi dell’Ospedale Pediatrico di Scutari un stage formativo e di aggiornamento professionale nei primi mesi dell’anno successivo.
Nella primavere del 2000 furono ospitati nei locali della Madonnina del Grappa, un totale di 21 tra medici e inferrmieri di Scutari, in gruppi di 4-5 persone, che parteciparono ciascuno a 2 settimane di aggiornamento nei vari reparti dell’Ospedale Meyer: Cardiologia, Infettivologia, Terapia Intensiva Neonatale, Nefrologia, Neurologia, Terapia Nutrizionale e Gastroenterologia, Rianimazione, Radiologia e Ecografia. Fu un periodo intenso, condotto con grande disponibilità e trasporto da parte di tutti, e con reciproco vantaggio per acquisizione di dati scientifici e di esperienze cliniche non facilmente ripetibili.
Altri fruttuosi contatti furono mantenuti in seguito tra i due ospedali pediatrici, sempre con la preziosa collaborazione e con i cordiali suggerimenti di Don Carlo che continuava ad impegnarsi per aiutare bambini e adulti di Scutari gravemente ammalati che dovevano essere trattati solo in cliniche altamente specializzate. Nei 5-6 anni successivi, furono ricoverati nelle strutture sanitarie toscane circa 400 soggetti gravemente ammalati, prevalentemente bambini, con grande impegno di risorse umane e finanziarie da parte della Regione Toscana e con altrettanto grande, entusiastica, infaticabile partecipazione e collaborazione da parte di tutti quelli che si adopravano insieme e attorno a Don Carlo; una per tutti, la indimenticabile, splendida figura di Annalena, la Dottoressa Annalena Zoli.
                                         

giovedì 24 febbraio 2011

DON CARLO ZACCARO: RABDOMANTE DELLA POVERTA'


- Intervento di Mons. Giordano Frosini -
  

    Parlare con don Zaccaro era una gioia dello spirito, parlare di don Zaccaro è ancora un immenso piacere, mutilato però dalla sua assenza fisica e dalla mancanza del suo sorriso affabile e accogliente, della sua parola sempre pronta e comprensiva, della sua presenza amica e avvolgente. Siamo per questo costretti a ricorrere alla memoria, del resto ancora fresca, del suo volto e dei suoi lineamenti inconfondibili, del suo atteggiamento sempre umile e dimesso, del suo piglio apparentemente distratto e invece sempre attento e disponibile. Carlo rimarrà per tutti noi la figura rappresentativa ed emblematica del vero amico. Quello che non ti chiede mai nulla, perché non ha bisogno di nulla, e che è invece sempre pronto a dare, a donare, perché ha molto da dare, a tutti, senza riserve, a stendere la mano in atto di benevolenza, di simpatia, di affetto sincero. Così lo vogliamo ricordare insieme in questo momento, con la speranza che, ormai giunto al compimento finale della sua esistenza, sia capace di ascoltarci benevolmente e di perdonarci per le parole di elogio che siamo costretti a dire di lui. Da vivo non ce l'avrebbe certamente consentito. Eppure non possiamo tacere. Ora che l'abbiamo perso, ci rendiamo perfettamente conto della grazia che è passata vicino a noi e della grandezza di una vita apparentemente tumultuosa e disordinata, alla resa dei conti però dì una linearità e di un'unità disarmanti. La vita della carità. Carlo è stato un esemplare, un eroe, un santo della carità cristiana. Nessuna paura a usare questi termini: i santi, tutti i santi della chiesa (come non ricordare in questi luoghi don Giulio Facibeni, suo maestro e sua guida) sono fatti di questa materia. Più volte mi è capitato di dire in questi giorni che nella sua vita esemplare e luminosa ci sarebbero certamente gli estremi per una sua vera e propria esaltazione canonica. Questo probabilmente non avverrà, ma il suo esempio rimane dinanzi a noi suggestivo e perentorio, un richiamo forte alla nostra mediocrità, una sollecitazione dolce e seducente a riprendere il filo di un discorso che si è soltanto interrotto, ma che deve proseguire nel suo nome e nel suo ricordo.
Il santo della carità. Nel lungo, diuturno, complesso rapporto che ho avuto con lui, ho potuto riscontrare in lui gli elementi più limpidi del messaggio evangelico. Frequentarloera quasi un ripasso degli insegnamenti e degli esempi che costituiscono il motivo fondamentale della presenza del Figlio di Dio in mezzo a noi. Quasi un commento vivente delle più belle e più invidiate pagine del Vangelo. Forse la migliore commemorazione è quella di riprendere in mano questi testi e rileggerli alla luce della sua vita, che niente e nessuno, nessuna difficoltà e nessun insuccesso hanno mai potuto interrompere o anche soltanto sospendere e stornare.
Carlo è stato il buon samaritano che, scendendo da Gerusalemme a Gerico, un giorno si incontrò con l'uomo denudato e ferito, abbandonato da tutti, nell'indifferenza generale, anche dei cristiani e degli uomini della sua stessa fede, ai margini della strada. Senza recriminare su coloro che lo avevano così maltrattato e su coloro che non lo avevano assistito, si fermò, prese cura di lui, lo portò al sicuro, pensò alle spese necessarie e se ne andò in cerca di altri feriti e di altri abbandonati dall'egoismo imperante.
Un esempio nel tempo dell'individualismo e del riflusso nel privato, una voce controcorrente che non possiamo lasciar perdere, mentre ricordiamo insieme, nella commozione e nell'affetto, l'amico comune. Il miglior modo di ricordare coloro che ci hanno lasciato, il suffragio più cristiano che noi possiamo fare nel loro ricordo è quello di far nostra la loro lezione e di continuare, per portarlo a compimento, quanto è stato forzatamente sospeso per la loro morte. Quante cose aveva ancora in mente don Carlo! La sua fantasia correva veloce, senza tregua, con audacia, precorrendo la volontà che non sempre poteva seguirlo e questa, a sua volta, urtando contro la ragione che, nonostante tutto, deve fare i conti con la dura realtà. I sogni_ di don Carlo qualche volta arrivavano alla loro realizzazione, ma molti si perdevano lungo la strada. Quelli però che hanno visto la luce sono sufficienti a fare di lui una stella di prima grandezza nel cielo rarefatto del nostro tempo. Infaticabile e indomito fino alla sua consunzione, nonostante la sua veneranda età, correva da un punto all'altro senza fermarsi mai. Fissava e non manteneva, perché nel frattempo gli erano arrivate all'orecchio nuove urgenze, nuove richieste della sua presenza. Lo cercavi in Italia e invece era in Albania, lo richiedevi a Firenze e invece era da un'altra parte. Caritas Christi urget nos. L'uomo della carità non può permettersi stasi o riposi, fino al riposo eterno nella casa del Padre, nel seno della santissima Trinità.
Don Carlo era una vittima, un'ostia che doveva consumarsi sull'altare della vita, insieme all'ostia che ogni giorno consacrava nella suprema missione del suo ministero sacerdotale.
Un tratto, questo, che segna la superiorità di Carlo sulla figura del buon samaritano a cui stiamo facendo riferimento, così ben delineata dal vangelo di quell'artista cristiano che risponde al nome di Luca. Perché il samaritano incontrò il malcapitato lungo la strada che stava percorrendo nell'esercizio del suo mestiere, ma Carlo non si fermò a coloro che incontrava lungo le sue strade, che pure erano tante, ma addirittura si mise in cerca di coloro che avevano bisogno di aiuto, si fece un rabdomante della povertà, un pellegrino d'amore; quando fu necessario, messi i suoi assistiti al sicuro, varcò perfino il mare e posò la sua attenzione sulla poverissima Albania, dissanguata in tutti i sensi da uno dei regimi più feroci del nostro tempo, e ricominciò da capo. Io rimango uno dei testimoni più vicini dell'ansia che animava don Carlo e che non gli permetteva tregue o riposi. Il piccolo riposo che si permetteva ogni giorno era una ricarica di idee, di entusiasmo, di vera e propria passione. La mattina ne aveva sempre una nuova. Un pozzo senza fondo, una miniera inesauribile. La carità di Cristo è senza misura.
I commentatori della nostra parabola, accanto al tratto di solidarietà, mettono in luce anche l'efficienza del samaritano. Perché una legge della carità è l'efficienza, la capacità di andare alle cause profonde del male, per poterle eliminare e creare le condizioni di una vita diversa. Un tratto che lo rassomiglia molto bene a don Carlo, perché il suo aiuto non era soltanto un aiuto di circostanza, ma un intervento teso a risolvere il problema. La carità intesa nel suo senso più efficace e, se vogliamo, anche più moderno: la carità è di natura sua risolutiva, un intervento che rimette in cammino l'assistito, con uno spirito nuovo e in condizioni diverse.
Però, attenzione. Nel racconto di Luca c'è un verbo su cui dobbiamo porre la nostra attenzione, perché altrimenti questo miracolo resterebbe senza una spiegazione. Alla resa dei conti, il samaritano non si ferma perché spinto dai suoi buoni pensieri e dai suoi altruistici sentimenti. L'uomo non è capace di superare da solo le barriere del proprio egoismo, della propria pigrizia, della propria inguaribile mediocrità.
 Questo verbo è il cosiddetto verbo di Dio, quello che esprime nel linguaggio neotestamentario l'amore viscerale e materno di Dio. E' il verbo che dà ragione dell'atto compiuto del buon samaritano: la traduzione lo rende con "ne ebbe compassione", ma il senso non è reso in tutta la sua forza. Questa compassione è la compassione di Dio, che Dio in quel momento trasmette al samaritano di passaggio. Ci trasferiamo con questi pensieri alla situazione di don Carlo. Anche lui è stato colpito da questo dardo di fuoco e non ha opposto resistenza, anzi ha accettato questa missione, questo carisma dello Spirito, come il dono più bello della sua vita e l'ha onorato fino alla sua morte.
Tutto questo ci rimanda alla sua vita spirituale nel senso stretto della parola, alla sua preghiera, alla sua disponibilità, alla sua capacità di ascolto della chiamata e della parola di Dio. E' questa, e non altra, la tipica croce del cristiano: la croce della sequela, la croce della vittoria sul proprio egoismo, la croce del dono totale di sé. La croce della cosiddetta mortificazione interiore. Su questa croce don Carlo si è disteso integralmente, senza residui e senza ritorni, in questo degno figlio di don Facibeni.
La chiesa attuale non può, non deve dimenticare che su di essa grava la scelta preferenziale dei poveri. Una scelta necessaria, non qualcosa di cui si può fare a meno: una scelta che fotografa al fondo l'identità del cristiano e dell'identità cristiana. Perché Dio è così, perché Gesù ha fatto così, perché così ci ha trasmesso la più veneranda tradizione della chiesa. Nel Regni í poveri sono, devono essere, i privilegiati. Quando la chiesa ha fatto spazio ai ricchi e ai potenti, dimenticando i poveri, ha traditala sua missione. Una tentazione ognora ricorrente. Portare fino in fondo questa scelta è tipico dei profeti e dei testimoni. La memoria vivente per una chiesa distratta e sempre tentata dalla tentazione del secolo. Noi proclamiamo oggi Carlo come il nostro profeta e il nostro testimone, degno continuatore dì quella schiera di cristiani meravigliosi che egli incontrò nella sua vita e con cui ebbe rapporti fraterni di amicizia e di condivisione. Fra tutti, ricordiamo Giorgio La Pira.
Altri dopo di me diranno cose nuove nei riguardi di don Carlo. Pensavo che spettasse proprio a me esaltare e sottolineare questo lato della sua personalità. Ma almeno un altro accenno mi si permetta: uomo della carità, Carlo era anche un uomo di pensiero e di cultura. Non si spiegherebbe altrimenti come egli abbia potuto intrecciare rapporti di amicizia con molti rappresentanti della cultura cattolica italiana del nostro tempo. Don Carlo conosceva tutti e da tutti era stimato e amato. Umile fino all'inverosimile, egli riusciva a nascondere questo tratto della sua personalità. Ma il passato della sua vita (l'attività nella Fucì, nell'associazione dei Laureati cattolici, nello studio e nell'insegnamento del Diritto), i suoi ricordi, le citazioni sempre pronte sulle sua labbra, i suoi rarissimi scritti rendono chiara testimonianza a questa sua innegabile dote. Prendete in mano un suo scritto e troverete chiarezza di idee, profondità di pensiero, dominio del tema trattato, linguaggio forbito, punteggiatura esemplare. Doti che raccomandano le qualità di uno scrittore e, perlomeno, di una persona intelligente.

Parlando di don Milani, Carlo intitolò il suo scritto: "Un fulmine piombato sulla chiesa". In questo scritto, se non vado errato, c'è molta autobiografia di don Carlo: la scusa per chi non lo aveva capito in tempo, il suo tratto ecumenico ma non accomodante, il suo amore efficace per gli ultimi e gli emarginati, il ricorso alla cultura come mezzo di liberazione e di rinascita dei derelitti della società. Un fulmine: l'immagine si addice anche a don Carlo. Oppure, se preferiamo, diciamo che "dopo il fulmine è venuto il tuono". Un tuono che è riecheggiato, fino a romperci i timpani, nella Firenze che, come è stato detto, ha perso con lui forse l'ultimo personaggio che l'ha fatta grande nella chiesa e nel mondo e l'ha imposta all'ammirazione comune. Ma anche con risonanze lontane, in tutta l'Italia rattrappita nella morsa di una cultura individualistica e consumistica, nella chiesa che sta perdendo continuamente entusiasmo e capacità penetrative e di consenso, in noi stessi tentati di seguire l'andazzo dimenticando i nostri eroi silenziosi che la provvidenza ci ha fatto incontrare nella nostra vita.
Grazie, don Carlo. Non ti dimenticheremo, non vogliamo dimenticarti. Ma, perché questo sia possibile, aiutaci a camminare sulla strada che ci hai indicato, con lo stesso ardore e lo stesso entusiasmo che hanno animato e bruciato la tua lunga esistenza. Lunga, ma per noi sempre breve. Tu ci sei mancato in un momento particolarmente difficile della nostra storia. Di te avevamo ancora bisogno.
Continuare la tua opera sarà per noi l'unico modo di onorare la tua memoria. E' questo quasi un giuramento che, fatti forti dal tuo esempio, prendiamo dinanzi alle tue spoglie mortali. Così, in noi, tu potrai ancora continuare la tua missione e portare a termine qualcuno dei numerosi sogni che ti sei portato nella tomba.

                                                                                                Giordano Frosini

Santa Messa per i 10 anni dalla morte di don Carlo Zaccaro

22 Maggio alle ore 18 nella Chiesa di San Michelino Visdomini in via dei Servi a Firenze. Santa Messa per i 10 anni dalla morte di don Car...