Palazzo Vecchio - p.zza della Signoria
Salone de' Dugento
Firenze - FI
Data: 15/04/2011
Orario: 17.00
Ad un anno dalla scomparsa il ricordo di Ettore Bernabei.
Seguirà la presentazione del volume di Mario Bertini
"Don Carlo Zaccaro, la fantasia dell'amore" a cura di Pier Francesco Listri.
Modererà l'incontro Stefano Marmugi.
Da http://www.sefeditrice.it/detaileventi.asp?IDN=1991&IDSezione=32
Sacerdote dell'Opera della Divina Provvidenza "Madonnina del Grappa" - Firenze
martedì 22 marzo 2011
martedì 15 marzo 2011
INAUGURAZIONE DEL PERCORSO COSTITUZIONALE A BARBIANA
Sabato 16 Aprile 2011 ore 11
In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia la Fondazione don Lorenzo Milani, il Comune di Vicchio e l’ Istituzione culturale don Lorenzo Milani ripropongono i valori costituzionali attraverso il <Sentiero della Costituzione a Barbiana>.
Sono stati allestiti dalla fondazione Don Lorenzo Milani, lungo un sentiero di oltre un chilometro, 44 grandi bacheche con gli articoli della Costituzione illustrati dai disegni dei ragazzi di diverse scuole d’Italia che per l’occasione hanno collaborato al progetto.
Il percorso scelto è lo stesso che fece a piedi don Lorenzo Milani il primo giorno che fu mandato a Barbiana.
Nella scuola di Barbiana la Costituzione era molto studiata, era considerata la bussola per non smarrirsi, la guida del futuro cammino dei ragazzi nella società. In essa i barbianesi vedevano non solo la Legge fondamentale dello Stato, ma anche il punto d’equilibrio sociale capace di costruire una società nuova, più giusta ed equilibrata. Così come in quella scuola era valorizzato l’impegno politico e sindacale. Un concetto riassunto nella lettera ai giudici con la frase <la leva ufficiale per cambiar la legge è il voto, la Costituzione gli affianca la leva dello sciopero>.
Del resto l’affermazione contenuta in -Lettera a una professoressa- <uscire insieme dai problemi è la politica, uscirne da soli è l’avarizia>, rappresenta una sintesi molto efficace del valore della solidarietà praticata alla scuola di don Milani e prevista dai primi articoli della Costituzione.
PROGRAMMA
ore 9,30
Vicchio – Teatro Giotto
Incontro dei ragazzi delle scuole con il Presidente della Corte Costituzionale
ore 11
Barbiana
Inaugurazione del Percorso Costituzionale
Saluto:
del Presidente della Fondazione Don Lorenzo Milani
Michele Gesualdi
del Sindaco di Vicchio
Roberto Izzo
del Presidente della Provincia di Firenze
Andrea Barducci
della Vice Presidente della Regione Toscana
Stella Targetti
Intervento del Presidente della Corte Costituzionale
Prof. Ugo De Siervo
Salita per il <Sentiero della Costituzione> fino alla scuola di Barbiana
Visita del Percorso Didattico
Grazie Don Carlo
di Marco Evi Martinucci
In occasione della crisi kosovara del 1999 si sviluppò una progetto tra l’Opera della Divina Provvidenza della Madonnina del Grappa, l’Ospedale Meyer e la Regione Toscana, all’interno della Missione Arcobaleno, per portare aiuto e sostegno alle strutture sanitarie di Scutari per far fronte alle emergenze sanitarie determinate dalle massicce ondate di profughi provenienti dal Kossovo. In accordo con la Direzione Generale degli Ospedali di Scutari (dott. Astri Beci), fu organizzato un presidio ambulatoriale all’interno del locale Ospedale Pediatrico. Medici e infermieri toscani si prodigarono per due mesi a fianco dei Colleghi Pediatri scutarini per visitare e curare tutti i bambini profughi e non , che ne avessero bisogno, avvalendosi dei farmaci, delle attrezzature sanitarie e degli strumenti di laboratorio che erano stati trasportati da Firenze e che furono poi lasciati, una volta finita la missione, a disposizione dell’ospedale pediatrico stesso.
La missione fu resa possibile anche e soprattutto per il grande sostegno che Don Carlo Zaccaro della Madonnina del Grappa dette al personale sanitario toscano : in un momento di grande confusione e di difficile reperimento di beni di prima necessità, Don Carlo mise a disposizione un appartamento vicino all’Ospedale dove ogni volontario ha sempre potuto trovare un piatto caldo, un letto pulito, una doccia ristoratrice e non solo: il tutto accompagnato da tanta affabile riconoscenza per quel po’ che si riusciva a fare per i bambini. L’azione combinata di tutte le componenti riuscì a cementare uno spirito di solidarietà e di collaborazione che certamente dette i suoi frutti non solo nei momenti drammatici dell’emergenza ma anche in seguito, dopo il rientro in patria dei profughi e la cessazione della missione del Meyer a Scutari.
In quello stesso spirito che ormai pervadeva tutti, il Direttore degli Ospedali di Scutari pensò di chiedere al responsabile della missione della Regione Toscana e a Don Carlo Zaccaro di organizzare un corso di aggiornamento e formazione professionale presso l’Ospedale Pediatrico “A.Meyer” di Firenze, per tutti i medici e altri operatori sanitari dell’Ospedale Pediatrico di Scutari. Non fu un’impresa facile, ma grazie allo sforzo di tutti (Regione Toscana, Ospedale Meyer, Consolato Italiano di Scutari, Direzione degli Ospedali e Prefettura di Scutari e il solito impareggiabile sostegno di Don Carlo Zaccaro), si riuscì a superare tutte le difficoltà burocratiche e ad offrire a tutti i Colleghi dell’Ospedale Pediatrico di Scutari un stage formativo e di aggiornamento professionale nei primi mesi dell’anno successivo.
Nella primavere del 2000 furono ospitati nei locali della Madonnina del Grappa, un totale di 21 tra medici e inferrmieri di Scutari, in gruppi di 4-5 persone, che parteciparono ciascuno a 2 settimane di aggiornamento nei vari reparti dell’Ospedale Meyer: Cardiologia, Infettivologia, Terapia Intensiva Neonatale, Nefrologia, Neurologia, Terapia Nutrizionale e Gastroenterologia, Rianimazione, Radiologia e Ecografia. Fu un periodo intenso, condotto con grande disponibilità e trasporto da parte di tutti, e con reciproco vantaggio per acquisizione di dati scientifici e di esperienze cliniche non facilmente ripetibili.
Altri fruttuosi contatti furono mantenuti in seguito tra i due ospedali pediatrici, sempre con la preziosa collaborazione e con i cordiali suggerimenti di Don Carlo che continuava ad impegnarsi per aiutare bambini e adulti di Scutari gravemente ammalati che dovevano essere trattati solo in cliniche altamente specializzate. Nei 5-6 anni successivi, furono ricoverati nelle strutture sanitarie toscane circa 400 soggetti gravemente ammalati, prevalentemente bambini, con grande impegno di risorse umane e finanziarie da parte della Regione Toscana e con altrettanto grande, entusiastica, infaticabile partecipazione e collaborazione da parte di tutti quelli che si adopravano insieme e attorno a Don Carlo; una per tutti, la indimenticabile, splendida figura di Annalena, la Dottoressa Annalena Zoli.
giovedì 24 febbraio 2011
DON CARLO ZACCARO: RABDOMANTE DELLA POVERTA'
- Intervento di Mons. Giordano Frosini -
Parlare con don Zaccaro era una gioia dello spirito, parlare di don Zaccaro è ancora un immenso piacere, mutilato però dalla sua assenza fisica e dalla mancanza del suo sorriso affabile e accogliente, della sua parola sempre pronta e comprensiva, della sua presenza amica e avvolgente. Siamo per questo costretti a ricorrere alla memoria, del resto ancora fresca, del suo volto e dei suoi lineamenti inconfondibili, del suo atteggiamento sempre umile e dimesso, del suo piglio apparentemente distratto e invece sempre attento e disponibile. Carlo rimarrà per tutti noi la figura rappresentativa ed emblematica del vero amico. Quello che non ti chiede mai nulla, perché non ha bisogno di nulla, e che è invece sempre pronto a dare, a donare, perché ha molto da dare, a tutti, senza riserve, a stendere la mano in atto di benevolenza, di simpatia, di affetto sincero. Così lo vogliamo ricordare insieme in questo momento, con la speranza che, ormai giunto al compimento finale della sua esistenza, sia capace di ascoltarci benevolmente e di perdonarci per le parole di elogio che siamo costretti a dire di lui. Da vivo non ce l'avrebbe certamente consentito. Eppure non possiamo tacere. Ora che l'abbiamo perso, ci rendiamo perfettamente conto della grazia che è passata vicino a noi e della grandezza di una vita apparentemente tumultuosa e disordinata, alla resa dei conti però dì una linearità e di un'unità disarmanti. La vita della carità. Carlo è stato un esemplare, un eroe, un santo della carità cristiana. Nessuna paura a usare questi termini: i santi, tutti i santi della chiesa (come non ricordare in questi luoghi don Giulio Facibeni, suo maestro e sua guida) sono fatti di questa materia. Più volte mi è capitato di dire in questi giorni che nella sua vita esemplare e luminosa ci sarebbero certamente gli estremi per una sua vera e propria esaltazione canonica. Questo probabilmente non avverrà, ma il suo esempio rimane dinanzi a noi suggestivo e perentorio, un richiamo forte alla nostra mediocrità, una sollecitazione dolce e seducente a riprendere il filo di un discorso che si è soltanto interrotto, ma che deve proseguire nel suo nome e nel suo ricordo.
Il santo della carità. Nel lungo, diuturno, complesso rapporto che ho avuto con lui, ho potuto riscontrare in lui gli elementi più limpidi del messaggio evangelico. Frequentarloera quasi un ripasso degli insegnamenti e degli esempi che costituiscono il motivo fondamentale della presenza del Figlio di Dio in mezzo a noi. Quasi un commento vivente delle più belle e più invidiate pagine del Vangelo. Forse la migliore commemorazione è quella di riprendere in mano questi testi e rileggerli alla luce della sua vita, che niente e nessuno, nessuna difficoltà e nessun insuccesso hanno mai potuto interrompere o anche soltanto sospendere e stornare.
Carlo è stato il buon samaritano che, scendendo da Gerusalemme a Gerico, un giorno si incontrò con l'uomo denudato e ferito, abbandonato da tutti, nell'indifferenza generale, anche dei cristiani e degli uomini della sua stessa fede, ai margini della strada. Senza recriminare su coloro che lo avevano così maltrattato e su coloro che non lo avevano assistito, si fermò, prese cura di lui, lo portò al sicuro, pensò alle spese necessarie e se ne andò in cerca di altri feriti e di altri abbandonati dall'egoismo imperante.
Un esempio nel tempo dell'individualismo e del riflusso nel privato, una voce controcorrente che non possiamo lasciar perdere, mentre ricordiamo insieme, nella commozione e nell'affetto, l'amico comune. Il miglior modo di ricordare coloro che ci hanno lasciato, il suffragio più cristiano che noi possiamo fare nel loro ricordo è quello di far nostra la loro lezione e di continuare, per portarlo a compimento, quanto è stato forzatamente sospeso per la loro morte. Quante cose aveva ancora in mente don Carlo! La sua fantasia correva veloce, senza tregua, con audacia, precorrendo la volontà che non sempre poteva seguirlo e questa, a sua volta, urtando contro la ragione che, nonostante tutto, deve fare i conti con la dura realtà. I sogni_ di don Carlo qualche volta arrivavano alla loro realizzazione, ma molti si perdevano lungo la strada. Quelli però che hanno visto la luce sono sufficienti a fare di lui una stella di prima grandezza nel cielo rarefatto del nostro tempo. Infaticabile e indomito fino alla sua consunzione, nonostante la sua veneranda età, correva da un punto all'altro senza fermarsi mai. Fissava e non manteneva, perché nel frattempo gli erano arrivate all'orecchio nuove urgenze, nuove richieste della sua presenza. Lo cercavi in Italia e invece era in Albania, lo richiedevi a Firenze e invece era da un'altra parte. Caritas Christi urget nos. L'uomo della carità non può permettersi stasi o riposi, fino al riposo eterno nella casa del Padre, nel seno della santissima Trinità.
Don Carlo era una vittima, un'ostia che doveva consumarsi sull'altare della vita, insieme all'ostia che ogni giorno consacrava nella suprema missione del suo ministero sacerdotale.
Un tratto, questo, che segna la superiorità di Carlo sulla figura del buon samaritano a cui stiamo facendo riferimento, così ben delineata dal vangelo di quell'artista cristiano che risponde al nome di Luca. Perché il samaritano incontrò il malcapitato lungo la strada che stava percorrendo nell'esercizio del suo mestiere, ma Carlo non si fermò a coloro che incontrava lungo le sue strade, che pure erano tante, ma addirittura si mise in cerca di coloro che avevano bisogno di aiuto, si fece un rabdomante della povertà, un pellegrino d'amore; quando fu necessario, messi i suoi assistiti al sicuro, varcò perfino il mare e posò la sua attenzione sulla poverissima Albania, dissanguata in tutti i sensi da uno dei regimi più feroci del nostro tempo, e ricominciò da capo. Io rimango uno dei testimoni più vicini dell'ansia che animava don Carlo e che non gli permetteva tregue o riposi. Il piccolo riposo che si permetteva ogni giorno era una ricarica di idee, di entusiasmo, di vera e propria passione. La mattina ne aveva sempre una nuova. Un pozzo senza fondo, una miniera inesauribile. La carità di Cristo è senza misura.
I commentatori della nostra parabola, accanto al tratto di solidarietà, mettono in luce anche l'efficienza del samaritano. Perché una legge della carità è l'efficienza, la capacità di andare alle cause profonde del male, per poterle eliminare e creare le condizioni di una vita diversa. Un tratto che lo rassomiglia molto bene a don Carlo, perché il suo aiuto non era soltanto un aiuto di circostanza, ma un intervento teso a risolvere il problema. La carità intesa nel suo senso più efficace e, se vogliamo, anche più moderno: la carità è di natura sua risolutiva, un intervento che rimette in cammino l'assistito, con uno spirito nuovo e in condizioni diverse.
Però, attenzione. Nel racconto di Luca c'è un verbo su cui dobbiamo porre la nostra attenzione, perché altrimenti questo miracolo resterebbe senza una spiegazione. Alla resa dei conti, il samaritano non si ferma perché spinto dai suoi buoni pensieri e dai suoi altruistici sentimenti. L'uomo non è capace di superare da solo le barriere del proprio egoismo, della propria pigrizia, della propria inguaribile mediocrità.
Tutto questo ci rimanda alla sua vita spirituale nel senso stretto della parola, alla sua preghiera, alla sua disponibilità, alla sua capacità di ascolto della chiamata e della parola di Dio. E' questa, e non altra, la tipica croce del cristiano: la croce della sequela, la croce della vittoria sul proprio egoismo, la croce del dono totale di sé. La croce della cosiddetta mortificazione interiore. Su questa croce don Carlo si è disteso integralmente, senza residui e senza ritorni, in questo degno figlio di don Facibeni.
La chiesa attuale non può, non deve dimenticare che su di essa grava la scelta preferenziale dei poveri. Una scelta necessaria, non qualcosa di cui si può fare a meno: una scelta che fotografa al fondo l'identità del cristiano e dell'identità cristiana. Perché Dio è così, perché Gesù ha fatto così, perché così ci ha trasmesso la più veneranda tradizione della chiesa. Nel Regni í poveri sono, devono essere, i privilegiati. Quando la chiesa ha fatto spazio ai ricchi e ai potenti, dimenticando i poveri, ha traditala sua missione. Una tentazione ognora ricorrente. Portare fino in fondo questa scelta è tipico dei profeti e dei testimoni. La memoria vivente per una chiesa distratta e sempre tentata dalla tentazione del secolo. Noi proclamiamo oggi Carlo come il nostro profeta e il nostro testimone, degno continuatore dì quella schiera di cristiani meravigliosi che egli incontrò nella sua vita e con cui ebbe rapporti fraterni di amicizia e di condivisione. Fra tutti, ricordiamo Giorgio La Pira.
Altri dopo di me diranno cose nuove nei riguardi di don Carlo. Pensavo che spettasse proprio a me esaltare e sottolineare questo lato della sua personalità. Ma almeno un altro accenno mi si permetta: uomo della carità, Carlo era anche un uomo di pensiero e di cultura. Non si spiegherebbe altrimenti come egli abbia potuto intrecciare rapporti di amicizia con molti rappresentanti della cultura cattolica italiana del nostro tempo. Don Carlo conosceva tutti e da tutti era stimato e amato. Umile fino all'inverosimile, egli riusciva a nascondere questo tratto della sua personalità. Ma il passato della sua vita (l'attività nella Fucì, nell'associazione dei Laureati cattolici, nello studio e nell'insegnamento del Diritto), i suoi ricordi, le citazioni sempre pronte sulle sua labbra, i suoi rarissimi scritti rendono chiara testimonianza a questa sua innegabile dote. Prendete in mano un suo scritto e troverete chiarezza di idee, profondità di pensiero, dominio del tema trattato, linguaggio forbito, punteggiatura esemplare. Doti che raccomandano le qualità di uno scrittore e, perlomeno, di una persona intelligente.
Parlando di don Milani, Carlo intitolò il suo scritto: "Un fulmine piombato sulla chiesa". In questo scritto, se non vado errato, c'è molta autobiografia di don Carlo: la scusa per chi non lo aveva capito in tempo, il suo tratto ecumenico ma non accomodante, il suo amore efficace per gli ultimi e gli emarginati, il ricorso alla cultura come mezzo di liberazione e di rinascita dei derelitti della società. Un fulmine: l'immagine si addice anche a don Carlo. Oppure, se preferiamo, diciamo che "dopo il fulmine è venuto il tuono". Un tuono che è riecheggiato, fino a romperci i timpani, nella Firenze che, come è stato detto, ha perso con lui forse l'ultimo personaggio che l'ha fatta grande nella chiesa e nel mondo e l'ha imposta all'ammirazione comune. Ma anche con risonanze lontane, in tutta l'Italia rattrappita nella morsa di una cultura individualistica e consumistica, nella chiesa che sta perdendo continuamente entusiasmo e capacità penetrative e di consenso, in noi stessi tentati di seguire l'andazzo dimenticando i nostri eroi silenziosi che la provvidenza ci ha fatto incontrare nella nostra vita.
Grazie, don Carlo. Non ti dimenticheremo, non vogliamo dimenticarti. Ma, perché questo sia possibile, aiutaci a camminare sulla strada che ci hai indicato, con lo stesso ardore e lo stesso entusiasmo che hanno animato e bruciato la tua lunga esistenza. Lunga, ma per noi sempre breve. Tu ci sei mancato in un momento particolarmente difficile della nostra storia. Di te avevamo ancora bisogno.
Continuare la tua opera sarà per noi l'unico modo di onorare la tua memoria. E' questo quasi un giuramento che, fatti forti dal tuo esempio, prendiamo dinanzi alle tue spoglie mortali. Così, in noi, tu potrai ancora continuare la tua missione e portare a termine qualcuno dei numerosi sogni che ti sei portato nella tomba.
Giordano Frosini
mercoledì 23 febbraio 2011
lunedì 7 febbraio 2011
mercoledì 2 febbraio 2011
Audio di don Carlo
Intervento a Convegno "Albania: quali percorsi di cooperazione possibili?" organizzato dal Comitato di solidarietà con l'Albania
Firenze 31 ottobre 1992
Intervento alla Cerimonia di commemorazione di Luciano Bausi
Firenze 3 dicembre 2005
da http://www.radioradicale.it/soggetti/carlo-zaccaro
Si aggiungono all'intervista registrata a Quercianella (LI) nel 2004.
Prima parte
Seconda parte
Terza parte
Firenze 31 ottobre 1992
Intervento alla Cerimonia di commemorazione di Luciano Bausi
Firenze 3 dicembre 2005
da http://www.radioradicale.it/soggetti/carlo-zaccaro
Si aggiungono all'intervista registrata a Quercianella (LI) nel 2004.
Prima parte
Seconda parte
Terza parte
lunedì 24 gennaio 2011
Solidarietà Caritas Anno VIII Numero 3-4 Maggio - Giugno - Luglio - Agosto 2010
Solidarietà Caritas
Bimestrale della CARITAS di FIRENZE
Anno VIII Numero 3-4 Maggio - Giugno - Luglio - Agosto 2010
DON CARLO,
LA SCOMMESSA DELLA SPERANZA
di Umberto Santarelli
Aveva quasi novant’anni, e qualche acciacco (tutt’altro che trascurabile) non gli mancava di certo. Eppure siamo stati in parecchi a restar come sorpresi dalla notizia della sua morte. C’è una ragione (tutt’altro che banale) di questo trasalimento: don Carlo, alla sua veneranda età, dentro (dove la vecchiaia spesso fa i danni peggiori) non era affatto invecchiato. Chi, come me, se lo ricordava giovane, faceva fatica a rammentarsi d’averlo visto la prima volta un po’ più di sessant’anni fa.
Era rimasto giovane nello spirito: e perciò era - profondamente e senz’alcuna riserva - contemporaneo alle circostanze nelle quali viveva e di cui si sentiva partecipe, e perciò - come cristiano - corresponsabile.
Il buon Dio gli aveva regalato un’intelligenza tutt’altro che comune; e lui l’aveva coltivata con tutto l’impegno possibile.
Ma per diventare non un "intellettuale" saccente e vanitoso, ma un uomo: libero quanto basta per non restar abbagliato da tutte le fiammate, e generoso quanto serve per rendere un servizio vero a tutti quelli che incontrava.
La sua formazione avvenne in una città forse un po’ strana, ma di certo non banale; e in un tempo non facile, che proprio per le sue difficoltà richiedeva lucidità di giudizio e capacità di mettersi senza riserve al servizio del vero bene comune.
Non gli mancarono certo i maestri. Al liceo Dante ebbe in qualità di insegnante di religione don Raffaele Bensi, con cui instaurò un rapporto che non è certo esagerato definire di "figliolanza spirituale", e in casa del quale - a San Michelino Visdomini - era possibile incontrare molti di quelli che erano, o sarebbero di lì a poco diventati, protagonisti della storia (non soltanto a Firenze).
Gli anni universitarî furon decisivi per la sua formazione. Non solo sul piano dell’apprendimento scientifico (la Facoltà fiorentina di Giurisprudenza era davvero un collegio di grandi maestri), ma anche su quello della formazione personale e dell’impegno nella società civile. Non si capirebbe quasi nulla della storia e della personalità di Carlo Zaccaro, se si dimenticasse la sua lunga militanza nella FUCI (non solo a Firenze, ma anche in sede nazionale), che gli consentì l’incontro e la familiarità con persone destinate ad assumere nella società italiana funzioni di altissimo rilievo (incontro che con non pochi di loro proseguì anche dopo, negli anni della maturità, lasciando un segno profondo e leggibilissimo nella sua cultura).
Carlo Zaccaro (anche se molti non lo sapevano, e lui non lo esibiva di certo) era un giurista di grande ed elegante cultura.
Ne è prova il suo essere stato per molti anni il redattore della Rivista di Diritto Agrario (diretta dal suo maestro Gian Gastone Bolla), disciplina nella quale conseguì la libera docenza universitaria quand’era già sacerdote e da anni impegnato nell’Opera della Madonnina del Grappa.
La lettura dei suoi scritti di giurista (che sarebbe molto bello render di nuovo possibile), ci restituisce di lui un tratto essenziale (e perciò indimenticabile).
Certamente i fatti decisivi della sua vita sono stati la vocazione sacerdotale, l’incontro con don Giulio Facibeni e l’impegno - senza riserve e per tutta la vita - nell’Opera della Madonnina del Grappa.
Ma anche in questo lavoro, per il quale ha consumato senza risparmio quasi settant’anni, ha avuto la grazia e la pazienza di restar se stesso; anzi, d’impreziosire questa sua missione col restar limpidamente fedele ai talenti - anche naturali - che il buon Dio gli aveva regalato e che lui ha saputo far fruttare così abbondantemente: non per sé, come tanto spesso succede, ma per coloro tra i quali l’Opera gli chiese di vivere.
Le tappe della sua vita sono state illuminanti: basta pensare agli anni trascorsi a Villa Lorenzi, dove vivevano i "figli" dell’Opera che studiavano e ai quali don Carlo ha saputo insegnare - coi fatti della sua vita, non a parole e basta - cosa voglia dire per un cristiano esser una persona colta che riesce a far giorno per giorno dono agli altri della propria cultura; o, in tempi recentissimi, alla missione di Scutari: che ha fatto di lui - giustamente - un cittadino onorario della Repubblica d’Albania, ma che soprattutto ha insegnato - con l’argomento invincibile della quotidiana testimonianza - cosa voglia dire, in questi nuovissimi tempi di "globalizzazione", servire il bene di tutti senza farsi irretire dalle disumanità (appariscenti, ma diaboliche) d’un razzismo tanto duro a morire. Ed è riuscito a diventare albanese. Quando, nel 1997, morì l’Arcivescovo di Scutari Frano Illia - che era stato per vent’anni detenuto nelle carceri del regime, dove s’era ridotto all’ombra di se stesso - don Carlo scrisse per l’Osservatore Romano un articolo che era insieme l’elogio d’un grande vescovo, una meditazione alta sul ministero episcopale e una pagina di storia dell’Albania che pareva (ma forse era) scritta da un albanese innamorato della propria terra.
Don Carlo è stato un uomo vero, gioiosamente convinto di dover essere (per rispondere alla sua vocazione di cristiano e di prete, non per dare sfogo a uno sfizio da intellettuale "impegnato") il sale della Terra; e disposto giorno per giorno a far tutto l’umanamente possibile per batter fino in fondo questa strada che sentiva sua.
Il ricordo di Klodian Kojashi, testimone albanese dell’opera di don Carlo oltre Adriatico
Ho conosciuto Don Carlo una domenica del 2003. Ne avevo sentito parlare e l’avevo visto anche prima, però non avevo mai avuto la possibilità di conoscerlo. Me lo presentò la mia ragazza e così, quella domenica, potei stringere la mano a questo prete grande e grosso, ma molto dolce e tenero.
Ho stretto la mano senza sapere quel giorno che quel gesto mi avrebbe legato per sempre a quella persona.
Grazie a don Carlo, nella Biblioteca della Madonnina del Grappa in Albania trovai dei libri che parlavano di don Lorenzo Milani e rimasi sorpreso dalla forza e dalla lucidità del suo pensiero. Non ero solo: insieme ad altri giovani ci siamo innamorati del suo modo di fare e, incoraggiati da don Carlo, abbiamo voluto realizzare qualcosa anche per i nostri bambini, per i nostri giovani per le nostre "Barbiane", che non erano poche in Albania. Da qui nasce l’associazione "I CARE", segno del desiderio dei giovani della città di Scutari di vivere la propria vita accanto ai più deboli, agli abbandonati, agli ultimi della società. I CARE diventa un centro di ritrovo per i giovani, centro di discussione, di formazione, di riflessione, ma anche una mensa per i bambini malnutriti della periferia e una biblioteca per studenti.
Negli ultimi tre anni dalla sua fondazione, I CARE ha visto la collaborazione volontaria di centinaia di giovani. Ha servito, attraverso la mensa almeno 70-90 bambini al giorno, per 9 mesi l’anno. Ha realizzato decine di corsi, di incontri su temi di cultura, economia e politica con professori e personaggi illustri che sempre l’infaticabile don Carlo riusciva a convincere e a portare in Albania.
Per don Carlo, la luce della fede e della speranza doveva essere sempre accompagnata dalla formazione, dalle conoscenze di tutti gli ambiti della vita umana per metterle al meglio a servizio dei più deboli, degli abbandonati.
Proprio per questo motivo siamo riusciti ad organizzare diversi incontri all’Università, coinvolgendo il Rettore, il Senato dell’Università, diversi professori di giurisprudenza, economia e di scienze sociali e centinaia di studenti. Ricordo molto bene la settimana di incontri all’Università di Scutari, organizzata dal Prof. Paolo Grossi, giudice della Corte Costituzionale Italiana.
Sempre grazie a don Carlo, i giovani dell’associazione I CARE si sono incontrati e hanno scambiato le loro esperienze con rappresentanti della Misericordia di Firenze.
Da questi incontri è nato proprio a Scutari, all’interno dell’associazione I CARE, il primo nucleo di giovani volontari albanesi della Protezione Civile chiamato "Sacra Vita".
Si è lavorato, con il sostegno di don Carlo e di Alessandro Ghini, per la Misericordia di Firenze e con il sostegno del dr. Elvezio Galanti, dirigente generale protezione civile italiana, per quest’ultima.
Il gruppo, appena nato, dei giovani della protezione civile albanese "Sacra Vita" si e’ trovato subito ad affrontare l’emergenza delle inondazioni nelle zone della prefettura di Scutari nei primi giorni del gennaio 2010.
Per la prima volta in Albania, migliaia di persone evacuate e i giovani della "Sacra Vita" hanno collaborato a fianco delle strutture del governo, del comune e della società civile. Per tre settimane i nostri giovani hanno gestito con servizi di distribuzione pasti, vestiti e di animazione 170 persone della comunità Rom della città di Scutari, tra i quali c’erano 72 bambini.
Tante le attività, tante le realtà nate dalle risorse locali, non imposte oppure "clonate" semplicemente da altre esperienze. Un lavoro di sensibilizzazione, di condivisione, di consapevolezza, di crescita: questo è stato il modello che don Carlo ci ha insegnato lavorando con noi.
Ho visto per l’ultima volta don Carlo una domenica di maggio del 2010. Il furgone lucente e pallido della Misericordia aveva appena portato a villa Guicciardini il suo corpo.
Ho potuto stringergli la mano ancora e so che posso vederlo ogni giorno in ogni cosa che ha costruito insieme ai giovani della mia città. Riesco a vederlo in tutto ciò che ha preso vita e continua a vivere a Scutari coinvolgendo nell’amore i giovani a fianco dei poveri e degli ultimi che… ultimi non sono più.
Bimestrale della CARITAS di FIRENZE
Anno VIII Numero 3-4 Maggio - Giugno - Luglio - Agosto 2010
DON CARLO,
LA SCOMMESSA DELLA SPERANZA
di Umberto Santarelli
Aveva quasi novant’anni, e qualche acciacco (tutt’altro che trascurabile) non gli mancava di certo. Eppure siamo stati in parecchi a restar come sorpresi dalla notizia della sua morte. C’è una ragione (tutt’altro che banale) di questo trasalimento: don Carlo, alla sua veneranda età, dentro (dove la vecchiaia spesso fa i danni peggiori) non era affatto invecchiato. Chi, come me, se lo ricordava giovane, faceva fatica a rammentarsi d’averlo visto la prima volta un po’ più di sessant’anni fa.
Era rimasto giovane nello spirito: e perciò era - profondamente e senz’alcuna riserva - contemporaneo alle circostanze nelle quali viveva e di cui si sentiva partecipe, e perciò - come cristiano - corresponsabile.
Il buon Dio gli aveva regalato un’intelligenza tutt’altro che comune; e lui l’aveva coltivata con tutto l’impegno possibile.
Ma per diventare non un "intellettuale" saccente e vanitoso, ma un uomo: libero quanto basta per non restar abbagliato da tutte le fiammate, e generoso quanto serve per rendere un servizio vero a tutti quelli che incontrava.
La sua formazione avvenne in una città forse un po’ strana, ma di certo non banale; e in un tempo non facile, che proprio per le sue difficoltà richiedeva lucidità di giudizio e capacità di mettersi senza riserve al servizio del vero bene comune.
Non gli mancarono certo i maestri. Al liceo Dante ebbe in qualità di insegnante di religione don Raffaele Bensi, con cui instaurò un rapporto che non è certo esagerato definire di "figliolanza spirituale", e in casa del quale - a San Michelino Visdomini - era possibile incontrare molti di quelli che erano, o sarebbero di lì a poco diventati, protagonisti della storia (non soltanto a Firenze).
Gli anni universitarî furon decisivi per la sua formazione. Non solo sul piano dell’apprendimento scientifico (la Facoltà fiorentina di Giurisprudenza era davvero un collegio di grandi maestri), ma anche su quello della formazione personale e dell’impegno nella società civile. Non si capirebbe quasi nulla della storia e della personalità di Carlo Zaccaro, se si dimenticasse la sua lunga militanza nella FUCI (non solo a Firenze, ma anche in sede nazionale), che gli consentì l’incontro e la familiarità con persone destinate ad assumere nella società italiana funzioni di altissimo rilievo (incontro che con non pochi di loro proseguì anche dopo, negli anni della maturità, lasciando un segno profondo e leggibilissimo nella sua cultura).
Carlo Zaccaro (anche se molti non lo sapevano, e lui non lo esibiva di certo) era un giurista di grande ed elegante cultura.
Ne è prova il suo essere stato per molti anni il redattore della Rivista di Diritto Agrario (diretta dal suo maestro Gian Gastone Bolla), disciplina nella quale conseguì la libera docenza universitaria quand’era già sacerdote e da anni impegnato nell’Opera della Madonnina del Grappa.
La lettura dei suoi scritti di giurista (che sarebbe molto bello render di nuovo possibile), ci restituisce di lui un tratto essenziale (e perciò indimenticabile).
Certamente i fatti decisivi della sua vita sono stati la vocazione sacerdotale, l’incontro con don Giulio Facibeni e l’impegno - senza riserve e per tutta la vita - nell’Opera della Madonnina del Grappa.
Ma anche in questo lavoro, per il quale ha consumato senza risparmio quasi settant’anni, ha avuto la grazia e la pazienza di restar se stesso; anzi, d’impreziosire questa sua missione col restar limpidamente fedele ai talenti - anche naturali - che il buon Dio gli aveva regalato e che lui ha saputo far fruttare così abbondantemente: non per sé, come tanto spesso succede, ma per coloro tra i quali l’Opera gli chiese di vivere.
Le tappe della sua vita sono state illuminanti: basta pensare agli anni trascorsi a Villa Lorenzi, dove vivevano i "figli" dell’Opera che studiavano e ai quali don Carlo ha saputo insegnare - coi fatti della sua vita, non a parole e basta - cosa voglia dire per un cristiano esser una persona colta che riesce a far giorno per giorno dono agli altri della propria cultura; o, in tempi recentissimi, alla missione di Scutari: che ha fatto di lui - giustamente - un cittadino onorario della Repubblica d’Albania, ma che soprattutto ha insegnato - con l’argomento invincibile della quotidiana testimonianza - cosa voglia dire, in questi nuovissimi tempi di "globalizzazione", servire il bene di tutti senza farsi irretire dalle disumanità (appariscenti, ma diaboliche) d’un razzismo tanto duro a morire. Ed è riuscito a diventare albanese. Quando, nel 1997, morì l’Arcivescovo di Scutari Frano Illia - che era stato per vent’anni detenuto nelle carceri del regime, dove s’era ridotto all’ombra di se stesso - don Carlo scrisse per l’Osservatore Romano un articolo che era insieme l’elogio d’un grande vescovo, una meditazione alta sul ministero episcopale e una pagina di storia dell’Albania che pareva (ma forse era) scritta da un albanese innamorato della propria terra.
Don Carlo è stato un uomo vero, gioiosamente convinto di dover essere (per rispondere alla sua vocazione di cristiano e di prete, non per dare sfogo a uno sfizio da intellettuale "impegnato") il sale della Terra; e disposto giorno per giorno a far tutto l’umanamente possibile per batter fino in fondo questa strada che sentiva sua.
Il ricordo di Klodian Kojashi, testimone albanese dell’opera di don Carlo oltre Adriatico
Ho conosciuto Don Carlo una domenica del 2003. Ne avevo sentito parlare e l’avevo visto anche prima, però non avevo mai avuto la possibilità di conoscerlo. Me lo presentò la mia ragazza e così, quella domenica, potei stringere la mano a questo prete grande e grosso, ma molto dolce e tenero.
Ho stretto la mano senza sapere quel giorno che quel gesto mi avrebbe legato per sempre a quella persona.
Grazie a don Carlo, nella Biblioteca della Madonnina del Grappa in Albania trovai dei libri che parlavano di don Lorenzo Milani e rimasi sorpreso dalla forza e dalla lucidità del suo pensiero. Non ero solo: insieme ad altri giovani ci siamo innamorati del suo modo di fare e, incoraggiati da don Carlo, abbiamo voluto realizzare qualcosa anche per i nostri bambini, per i nostri giovani per le nostre "Barbiane", che non erano poche in Albania. Da qui nasce l’associazione "I CARE", segno del desiderio dei giovani della città di Scutari di vivere la propria vita accanto ai più deboli, agli abbandonati, agli ultimi della società. I CARE diventa un centro di ritrovo per i giovani, centro di discussione, di formazione, di riflessione, ma anche una mensa per i bambini malnutriti della periferia e una biblioteca per studenti.
Negli ultimi tre anni dalla sua fondazione, I CARE ha visto la collaborazione volontaria di centinaia di giovani. Ha servito, attraverso la mensa almeno 70-90 bambini al giorno, per 9 mesi l’anno. Ha realizzato decine di corsi, di incontri su temi di cultura, economia e politica con professori e personaggi illustri che sempre l’infaticabile don Carlo riusciva a convincere e a portare in Albania.
Per don Carlo, la luce della fede e della speranza doveva essere sempre accompagnata dalla formazione, dalle conoscenze di tutti gli ambiti della vita umana per metterle al meglio a servizio dei più deboli, degli abbandonati.
Proprio per questo motivo siamo riusciti ad organizzare diversi incontri all’Università, coinvolgendo il Rettore, il Senato dell’Università, diversi professori di giurisprudenza, economia e di scienze sociali e centinaia di studenti. Ricordo molto bene la settimana di incontri all’Università di Scutari, organizzata dal Prof. Paolo Grossi, giudice della Corte Costituzionale Italiana.
Sempre grazie a don Carlo, i giovani dell’associazione I CARE si sono incontrati e hanno scambiato le loro esperienze con rappresentanti della Misericordia di Firenze.
Da questi incontri è nato proprio a Scutari, all’interno dell’associazione I CARE, il primo nucleo di giovani volontari albanesi della Protezione Civile chiamato "Sacra Vita".
Si è lavorato, con il sostegno di don Carlo e di Alessandro Ghini, per la Misericordia di Firenze e con il sostegno del dr. Elvezio Galanti, dirigente generale protezione civile italiana, per quest’ultima.
Il gruppo, appena nato, dei giovani della protezione civile albanese "Sacra Vita" si e’ trovato subito ad affrontare l’emergenza delle inondazioni nelle zone della prefettura di Scutari nei primi giorni del gennaio 2010.
Per la prima volta in Albania, migliaia di persone evacuate e i giovani della "Sacra Vita" hanno collaborato a fianco delle strutture del governo, del comune e della società civile. Per tre settimane i nostri giovani hanno gestito con servizi di distribuzione pasti, vestiti e di animazione 170 persone della comunità Rom della città di Scutari, tra i quali c’erano 72 bambini.
Tante le attività, tante le realtà nate dalle risorse locali, non imposte oppure "clonate" semplicemente da altre esperienze. Un lavoro di sensibilizzazione, di condivisione, di consapevolezza, di crescita: questo è stato il modello che don Carlo ci ha insegnato lavorando con noi.
Ho visto per l’ultima volta don Carlo una domenica di maggio del 2010. Il furgone lucente e pallido della Misericordia aveva appena portato a villa Guicciardini il suo corpo.
Ho potuto stringergli la mano ancora e so che posso vederlo ogni giorno in ogni cosa che ha costruito insieme ai giovani della mia città. Riesco a vederlo in tutto ciò che ha preso vita e continua a vivere a Scutari coinvolgendo nell’amore i giovani a fianco dei poveri e degli ultimi che… ultimi non sono più.
domenica 23 gennaio 2011
HO INCONTRATO LA GIOIA
Articolo di Gian Paolo Meucci su don Facibeni
Parla di don Facibeni, ma può aiutarci a ripensare anche il nostro incontro con don Carlo
HO INCONTRATO LA GIOIA
"Laetatus sum in his quae dicta sunt mihi: In domus Domini ibimus"
"Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore!"
(Salmo 121)
In lui abbiamo incontrato la Gioia. La Gioia non è una virtù, è un dono di pienezza di umanità. Nel Vangelo, il Signore non parla mai di gioia, ma di pace e di beatitudine, dalle quali sgorga, come da polla sorgiva, il magico dono della gioia. Donare la gioia, è donare Dio: la tristezza è del Maligno perché è il negarsi alla "laetitia", è un sottrarsi alla umanità ed insieme alla beatitudine di Dio. Un dono di gioia, che non si ha per sé; non esiste la gioia come qualcosa di nostro ma essa esiste in noi perché gli altri rispecchino, in noi, il volto di Dio, nella trasparenza della nostra gioiosa santità. Un dono che il Signore fà attraverso noi, ed allora, gioia è pietà profonda, di amore, è un sostituirsi alle deficienze altrui con la pienezza del nostro dono...
Don Facibeni passa nella nostra vita con il dono della sua gioia. La si avverte luminosa, totale, come luminosa e totale è la sua pietà e il suo dono di amore. È una creatura che ha scoperto che l'unico grande sogno dell'uomo che non lo annienti, è il sogno di una gioia donata a larghe mani. Non parlare di carità nel caso del Padre, sembra un assurdo; ma ad un certo momento, il parlare di carità e di santità finisce per far perdere la misura, anche umana, del suo dono, è un modo, quasi, per allontanarlo da noi, su di un piano che non è più il nostro, quello, cioè, di piccoli uomini chiusi alla carità e all'amore, frettolosi di allontanare la possibilità di un paragone che suona colpa perché dimostrativo della sordità alla chiamata del Signore, comune a tutti i cristiani. Di fronte alla sua gioia, che è anche la nostra, si resta disarmati, presi, soggiogati. Chi potrà scrivere della gioia dei santi che hanno vinto la tristezza del Demonio? Nessuno, perché si dovrebbe scrivere della misteriosa azione della Grazia di Dio nell'animo di una creatura. Sperduti nel nostro razionalismo, domandiamo sempre ad un uomo di quale idea egli sia portatore, non gli domandiamo mai di essere portatore di gioia. l santi della Carità non sono portatori di denuncie o di idee, sono soltanto portatori di pietà gioiosa fra gli uomini. Essi non beneficano, non assistono, non si fanno padri degli orfani, guida degli umili, scopritori dei talenti di Dio; essi fanno tutto questo perché recano agli uomini il dono inestimabile della gioia: Don Facibeni, è davvero, uno dei re magi che porta alla culla della umanità sofferente un dono più prezioso dell'oro. Chi scriverà la sua vita lo dovrà prendere, afferrare, così: o nell'atto di passare per le strade degli uomini con il suo misterioso bagaglio di pietà, uomo senza tempo storico, sempre infermo e sempre cadente; o nell'atto di soffrire nella solitudine più spaventosa e bruciante, la tristezza di tutti gli uomini, la stessa tristezza del Demonio. O nella solitudine dell'angoscia, della paura, della tentazione nella fede, o nel dono della gioia. Quando ho conosciuto Don Facibeni? Quando lo avete conosciuto voi che potete essergli tanto più vicini? Non ricordate il tempo; non potete ricordarlo perché la sua presenza non è affidata all'accadimento umano e nel momento stesso in cui lo si è conosciuto, si è consumato l'intero tempo di un prima o di un dopo. È un conoscerlo da sempre, come è un sentirsi conosciuti da sempre dal Signore quando Egli si fa presente a noi, nella preghiera.
Così Don Facibeni è passato ed è presente nella nostra vita e nella vita della cristianità fiorentina. Grazie Signore di averci donato in lui, la Tua gioia.
«Il Focolare», 22 dicembre 1957
giovedì 20 gennaio 2011
Santa Messa per i 10 anni dalla morte di don Carlo Zaccaro
22 Maggio alle ore 18 nella Chiesa di San Michelino Visdomini in via dei Servi a Firenze. Santa Messa per i 10 anni dalla morte di don Car...
-
22 Maggio alle ore 18 nella Chiesa di San Michelino Visdomini in via dei Servi a Firenze. Santa Messa per i 10 anni dalla morte di don Car...











