Sacerdote dell'Opera della Divina Provvidenza "Madonnina del Grappa" - Firenze
lunedì 17 maggio 2010
necrologi 17/05/2010
DON
Carlo Zaccaro
illuminato uomo di fede che ha fortemente voluto e promosso l’iniziativa, al fine di rendere disponibili nuove opportunità formative anche ai giovani albanesi più bisognosi e possibilità di cura finora negate all’intera popolazione di Scutari.
Firenze, 17 Maggio 2010.
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GIAN FRANCO GENSINI, GIULIO MASOTTI e i colleghi della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Firenze partecipano al lutto della Comunità della Madonnina del Grappa per la scomparsa di
DON
Carlo Zaccaro
e ricordano con affetto il suo contributo determinante all’impegno comune nella realizzazione del Corso di Laurea in Fisioterapia presso l’Università di Scutari.
Firenze, 17 Maggio 2010.
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La famiglia tutta dell’Opera Madonnina del Grappa annunzia con grande rammarico che
don Carlo Zaccaro
ha concluso la sua vicenda terrena dopo una vita spesa nella Carità in Italia e in Albania.
Le esequie si svolgeranno martedì 18 maggio alle ore 15,30 presso la Parrocchia dell’Immacolata in via Paoletti, Firenze. La salma si trova esposta nella Cappella dell’Opera in via delle Panche n. 28.
I sacerdoti e i figli dell’Opera.
Firenze, 17 maggio 2010.
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| Giuseppe Gandolfo partecipa, con immenso e filiale dolore, alla scomparsa di | |||||
| Don | |||||
| Carlo Zaccaro | |||||
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| uomo santo, maestro di Amore per i giovani, i malati, i più bisognosi. Egli ha donato tutto se stesso con profonda gioia, con serena discrezione, senza mai risparmiarsi fino all'ultimo istante della sua vita. Egli ha amato fortemente la sua Toscana e la sua Albania. Con la sua profonda cultura egli ha voluto, direttamente e indirettamente formare centinaia di giovani meno fortunati, a Firenze e a Scutari. Il suo insegnamento, sempre operoso e illuminato, resterà esemplare per tutti noi che l'abbiamo conosciuto ed amato. | |||||
| Roma, 17 maggio 2010 |
domenica 16 maggio 2010
E' MORTO DON CARLO ZACCARO, PROSEGUI' L'OPERA DI DON FACIBENI
Cordoglio per la scomparsa di don Carlo Zaccaro è stato espresso dal sindaco di Firenze Matteo Renzi, anche a nome del Comune di Firenze: "Con don Zaccaro perdiamo una figura molto significativa: è stato uno dei grandi testimoni e interpreti della cultura di solidarietà e di accoglienza che ha permeato il tessuto sociale, civile e religioso della nostra città". Renzi si è recato a Careggi a portare l'ultimo saluto della città alla salma di don Carlo. "Dall'intensa attività per l'Opera 'Madonnina del Grappa' - ha aggiunto il sindaco Renzi - all'impegno culturale al Gruppo Meic come in ogni momento della sua vita, don Carlo ha saputo vivere e trasmettere quei valori che oggi siamo chiamati a raccogliere e mantenere vivi, in una società che ha sempre più bisogno di esperienze solidali".
Cordoglio per la scomparsa di «un grande sacerdote toscano, una delle figure più rappresentative e signficative di una chiesa capace di stare sempre accanto ai più poveri e ai più indifesi» è stato espresso anche dal presidente della giunta regionale Enrico Rossi. «Uomo di raffinata cultura – prosegue Rossi – giurista e docente universitario, ha proseguito l'opera di don Giulio Facibeni continuando a tenere viva l'esperienza della Madonnina del Grappa e dando vita ad un'efficace missione in Albania dove ha fatto nascere una casa famiglia per bambini cerebrolesi e altre strutture sanitarie. Se n'è andato con discrezione, come aveva vissuto e ci mancherà molto come mancherà a tutti i toscani. Ci resteranno le sue opere concrete ma anche il suo esempio e il suo impegno religioso e civile al servizio degli altri. Una testimonianza di fede e di dedizione sociale che, ne sono certo, altri sapranno raccogliere e portare avanti come lui stesso ha saputo fare dopo la scomparsa di don Facibeni».
La salma è esposta da lunedì mattina presso la cappella della Madonnina del Grappa in via delle Panche a Rifredi. I funerali verranno celebrati dall'arcivescovo di Firenze, mons. Giuseppe Betori, martedì 18 maggio alle 15,30, nella chiesa dell'Immacolata a Montughi (via Paoletti, Firenze)
http://www.toscanaoggi.it/news.php?IDNews=19421&IDCategoria=1
venerdì 5 marzo 2010
giovedì 19 novembre 2009
Una «fionda» contro l’eclissi della verità
DA http://www.toscanaoggi.it/notizia_3.php?IDNotizia=12077&IDCategoria=207
19/11/2009 - 09:56 - Una «fionda» contro l’eclissi della verità
di Carlo Zaccaro
Non credo che sia mai accaduto nella storia del papato che decisioni, dichiarazioni, scelte, siano state prese affidandosi all’improvvisazione. Scelte ed atti della Sede Apostolica portano piuttosto le stigmate di plurime riflessioni risolte, infine, alla luce di una confidente preghiera.
Se poi pensiamo alla meticolosità di Papa Ratzinger, alla sua vita di appassionato studioso, ci pare sempre più evidente che richiamando alla cattolicità la memoria di Paolo VI, abbia voluto dare con profonda convinzione un segnale forte alla rotta di navigazione di quella barca di cui «forte della parola di Cristo, Pietro sta con fermezza al timone».
Perché dico questo? Perché il fatto della scelta di render omaggio a Paolo VI nella sua Brescia dà una forza singolare alle preoccupate ammonizioni che, sotto l’ombra di amabili espressioni, nascondono l’urgenza di un indilazionabile richiamo alla conversione.
Esplicito tre delle molte ammonizioni che si potrebbero enucleare dal testo dell’omelia:
1) Un invito ad una ferma e visibile resistenza, a fronte alta, contro l’invadenza dell’eclissi della verità.
Allo splendore della verità si sta sostituendo la prostituzione di un’opinione, lontana le mille miglia dal credere che nella versione greca dei Settanta traduce l’ebraico âman, diventato nella nostra liturgia l’amen. Credere è affidarsi a Dio che è roccia solida, stabile, fedele. Aprirsi a Dio vuol dire ricevere la sua grazia, la sua vita divina che è verità.
L’opinione, costruita con i falsi ma potenti e variegatissimi mezzi di comunicazione, fa maggioranza e detta legge. Dalla storia di Brescia e dall’antifascismo Montiniano parte il richiamo a non cedere alla tentazione di aiuti che possono essere elargiti da faraoniche industrie di guerra o farmaceutiche per carpire taciti silenzi, anziché severe condanne verso questa torbida e inquietante discendenza di Caino.
La fionda di Davide abbatte il gigante Golia. Non potrebbe essere recuperata nello spirito «la fionda», la pubblicazione fondata a Brescia dal giovane Giovan Battista Montini e dal suo più caro amico Andrea Trebeschi morto martire nel campo di concentramento di Gusen? Non potrebbe essere spezzato il compromesso con la rete mondiale di relazioni finanziarie che adorano il gigantesco «vitello d’oro»? Lo potremo certamente fare se amassimo di più Chi per noi da ricco si è fatto povero, e se capissimo esistenzialmente che qualunque cosa si faccia favore dei piccoli, lo abbiamo fatto a Lui.
2) Questa eclissi della verità, sostituita dalla deificazione dell’opinione maggioritaria fluttuante nel mare mosso dei singoli egoismi, è possibile perché finanziata dal denaro diventato la nuova idolatria. Questa contende il campo allo «Spiritus Veritatis», al primato dell’anima, a quel primato dello spirituale che Pio XI aveva voluto indicare al mondo istituendo la festa di Cristo Re (1925) sorgente di quel fiume di grazia che ha convertito il pensiero degli spiriti più eletti, sia in Italia che in Francia.
Vittore Branca, che ha conosciuto Montini quando era assistente nazionale della Fuci, in «Protagonisti del 900» (ed. Aragno) scriveva a pagina 201: «Montini si è impegnato a dare sempre ed a qualsiasi costo – a costo delle più violente contestazioni, delle più acrimoniose impopolarità – aperta e chiara testimonianza della verità».
Nel 1930, in un appunto intitolato «Spiritus Veritatis», ed inviato ai suoi fucini, Montini aveva scritto all’inizio: «Voglio che la mia vita sia una testimonianza alla verità per imitare Gesù Cristo come a me si conviene».
Nell’ultimo colloquio avuto con Paolo VI, Vittore Branca ebbe la netta percezione che il Papa vivesse drammaticamente il fatto che l’eclissi della verità nel mondo, anziché attenuarsi, sembrava farsi sempre più grave ed oscura: «Il Satana presente nel mondo di oggi – gli confidò Paolo VI – è il denaro ritenuto in sé e per sé il bene».
3) Amare la Chiesa. Fui presente all’omelia che il Sostituto della Segreteria di Stato monsignor Montini dettò ai partecipanti del primo congresso nazionale della Fuci (gennaio 1946). Il tema era «Amare la Chiesa» e si snodava come il leit motif di una sinfonia che non aveva termine. Se si ascoltano le parole del suo testo «pensiero alla morte», largamente citate da Papa Benedetto XVI, ci si rende facilmente conto che l’amore alla Chiesa aveva acceso di fuoco l’arco di tutta la sua esistenza. «Potrei dire che sempre l’ho amata e che per essa e non per altro mi pare di aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse»; e poi ancora: «è alla Chiesa a cui tutto debbo e che fu mia che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te abbi coscienza della tua natura e della tua missione, abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo».
Ma «Una Chiesa povera» aperta ad gentes, al rinnovamento, al dialogo, come è stata voluta, amata, «sposata» da Paolo VI, ha bisogno di figli che terribilmente soffrono quando la bellezza immacolata del suo volto mariano si corruga per ricorrenti tentativi, ad ogni svolta storica, di emarginarla, confinandola nei recinti delle private coscienze.
Ripartiamo dalla «Fionda» di Papa Montini, avvalorata ed onorata dal sacrificio di autentici apostoli, laici e sacerdoti, per amare la Chiesa, non quella che mi progetto io tra amici pur validi e solidali, ma la Chiesa che mi ha consegnato con il suo «Spiritus Veritatis» dall’alto della sua croce il Figlio di Dio e che per mezzo dei suoi apostoli debbo corresponsabilmente portare a compimento.
giovedì 25 giugno 2009
La lezione sinodale di un giusto
DA http://www.toscanaoggi.it/notizia_3.php?IDNotizia=11476&IDCategoria=368
25/06/2009 - 11:27 - La lezione sinodale di un giusto
Martin Buber, una delle più significative figure tra i nostri «fratelli maggiori», commentando un polittico salmico, ha voluto – così interpreta il biblista Ravasi nel presentarne il libretto: Il cammino del giusto (ed. Gribaudi) – dar forza ad alcune immagini del bene e del male senza arrestarsi alle soglie del privato, cioè a livello personale, ma piuttosto con il fine di colpire il conseguente aspetto sociale e politico che è quello che in definitiva fa storia.
Due, infatti, sono le scelte che nella concretezza della vita s’impongono all’uomo: accettare di vivere una situazione esistenziale dai recinti ben definiti che ha in sé il proprio centro nelle ragioni della propria autosufficienza (potremmo chiamarla carnale con il linguaggio paolino) o un’esistenza che richiede di non avere in se stessa il suo punto di appoggio, ma di averlo fuori di sé (existieren) nella «vis» attrattiva del T trascendente di Dio. Tutta la vita di Alberto – questa è la sua più alta lezione – è stata la feriale, coerente, fedele trascrizione di questa seconda scelta, impossibile senza la preghiera, da lui mai ostentata, ma che ne faceva un rabdomante abile a discernere le acque di sorgente da quelle di cisterna. La forza della sua invisibile preghiera gli consentiva di riproporre senza stancarsi, tra le variegatissime vicende negative diventate quasi pane quotidiano, una nuova frontiera giornalistica per un progetto culturale montinianamente ispirato – furono importanti per Lui gli anni della Fuci che avrebbe dovuto riparare le breccie causate dagli eccessi di opposti proselitismi. Al di là e al di sopra del successo di questo progetto una cosa è certa: la preghiera di Alberto, divenuta il cantus firmus della sua vita, a poco a poco decapitava le diffidenze degli estranei ai lavori e riuniva intorno a Lui il consenso sempre più convinto ed affettuoso dei collaboratori e la stima degli avversari.
Perché? Perché Alberto attraverso la forza della preghiera aveva centrato e dato una sua avvincente risposta, con il settimanale che si avvaleva della sua paternità, al bisogno profondo dell’uomo: «Noi abbiamo bisogno – scriveva Ionesco citato dal teologo Ratzinger – di ciò che è fuori del tempo; infatti cosa è la religione senza il sacro? A noi non resta niente, niente di stabile, tutto è in movimento... Eppure abbiamo bisogno di una roccia» (Joseph Ratzinger, Toccati dall’invisibile, Queriniana p. 181). Nelle varie stagioni della Chiesa fiorentina che si sono succedute durante la sua direzione del settimanale, si guardava ad Alberto come a una roccia, che nella sua ferma dedizione al fascino della verità (veritatetm facentes in caritate) costruiva la casa del settimanale su la triplice Fedeltà proclamata da S. Cipriano: nihil sine episcopo, nihil sine consilio vestro (detto al presbiterio), nihil sine consensu vestro (detto al popolo). Forse aveva ben riflettuto su quanto aveva scritto il teologo perito conciliare Ratzinger: «In questa triplice forma di cooperazione alla costruzione della comunità sta il modello classico della democrazia ecclesiale che non nasce da una trasposizione insensata di modelli estranei alla Chiesa, bensì dall’intima struttura dello stesso ordinamento ecclesiale e che è perciò conforme alla esigenza specifica della sua essenza» (Joseph Ratzinger, Democrazia nella Chiesa possibilità e limiti, Queriniana 2005, pp. 160-161).
La sua scomparsa dalla scena visibile di questo mondo permette ora di fare un bilancio della sua inesausta opera al servizio della Chiesa, da Lui amata con amore verginale. Quale? Egli ha reso con la sua testimonianza giornalistica e di vita incontrovertibile l’urgente necessità di quel passaggio che il laicato deve essere «costretto» a fare dal ruolo di collaboratore (anche un gregario è un collaboratore) a quello di «corresponsabile». Lo riconferma Benedetto XVI il 26 maggio al convegno ecclesiale della Diocesi di Roma.
«È necessario migliorare l’impostazione pastorale così che nel rispetto delle vocazioni e dei ruoli dei consacrati e dei laici si promuova gradualmente la corresponsabilità dell’insieme di tutti i membri del popolo di Dio. Ciò esige un cambiamento di mentalità riguardante particolarmente i laici, passando dal considerarli “collaboratori” del clero a riconoscerli realmente “corresponsabili”, dell’essere e dell’agire della Chiesa, favorendo il consolidarsi di un laicato maturo ed impegnato».
Alberto ha dato la vita per quest’opera di consapevolezza – è stata la sua Kenosi – a cui si doveva arrivare non per singole anticipazioni che vi sono state e stupende, raccolte poi dal Concilio, ma per quella graduale e universale trasformazione da Lui, costantemente perseguita in cospectu Domini sempre attento ad evitare «banali accondiscendenze», tenace seminatore «in silentio et in spe» della radicalità del vangelo nel campo (spazio e tempo) offerto dalla Divina Provvidenza a ciascuno di noi.
E' abbastanza noto l’episodio di Alessandro Manzoni che al capezzale di Antonio Rosmini, ormai morente, angosciato, domanda all’amico un programma che in qualche modo continui a renderlo presente fra i suoi. La risposta di Rosmini porta il profumo dell’evangelo di Giovanni: «Adorare, tacere, godere».
Viene il legittimo dubbio che questo potrebbe essere stato il programma spirituale adottato da Alberto.
Fervido adoratore dello Spirito di verità non fu meno brillante fruitore e datore di quella gioia al mondo, che nasce dall’amore ligio all’insegnamento di Vittorio Bachelet secondo il quale «per dare la gioia al mondo non devo chiedere di scendere dalla croce ma di salirvi».
Un inalterabile Amen è stato pronunziato nella giornata serena della sua comunità, fondata dal Vescovo Giuliano, padre nella fede, e ai piedi del crocifisso nell’aspra solitudine della sofferenza.
Ma nel tacere Alberto ha nascosto la dolcezza del suo silenzioso colloquio con Dio e il disappunto irenico per i ritardi e l’incomprensione del suo progetto da parte di coloro che pur gli volevano bene. Dobbiamo riconoscere noi, eletti amici per bontà sua, di aver poco lavorato a quel processo di trasformazione del laicato a cui Egli sinodalmente soleva pervenire.
Siamo stati, in realtà, allievi parzialmente disattenti alla lezione che un grande Maestro con signorile umiltà ci ha impartito come segno efficace di sicura speranza.
giovedì 22 maggio 2008
Il vero miracolo di don Facibeni
da http://www.toscanaoggi.it/notizia_3.php?IDNotizia=9776&IDCategoria=208
22/05/2008 - 10:33 - Il vero miracolo di don Facibeni
di Carlo Zaccaro
Ma non tutto il male viene per nuocere, se questo episodio servisse a smitizzare l’enfasi che la nostra debole fede dimostra quando si accalca intorno all’argomento «miracoli», quasi volesse così sfuggire all’impegno di una vita eroica spesa tutta per gli altri, come quella dei santi che illuminano il cielo della Chiesa fiorentina.
Perché la loro grandezza non sta nei miracoli che compie Dio solo, ma in quello che della loro esistenza terrena hanno lasciato compiere a Dio. Dio ha trovato nella loro risposta quel tal buon lino che Gli ha consentito di tessere loro addosso una splendida veste nuziale. Una veste, aggiungiamo, che alla fine della loro vita si è ridotta ad un cencio per essere stata strappata dalle incessanti richieste dei poveri, i veri padroni di quella veste gemmata.
Allora il miracolo è un altro e noi tutti siamo dei miracolati e questo avrebbe dovuto tener presente il nostro temerario giornalista. Il miracolo è dato dal percorso che Dio fa compiere, quasi sgomitolandola, alla fase terrena dell’esistenza umana per portarla ascensionalmente alla vetta di quella perfezione prevista dal progetto di Dio. Ma la vetta è la croce.
La verità è che il destinatario di un miracolo facibeniano non è tizio o caio o sempronio, ma è un’intera città e Firenze è particolarmente fortunata, perché nella sua storia secolare abbondano gli artisti, i teologi come Dante e i santi che le conferiscono quella singolare «vis» attrattiva, unica al mondo, e ne fanno una città posta sul monte.
Dio si è compiaciuto di dotarla nel secolo scorso di una straordinaria duplice paternità: quella religiosa rappresentata dal cardinale Elia Dalla Costa e da don Facibeni, e quella civile rappresentata dal sindaco santo Giorgio La Pira, in una stupenda circolarità, nella distinzione di ruoli e di intenti. Ma mentre il cardinale Dalla Costa nella sua eminente ieratica figura ci aiutava ad inginocchiarsi (videte vocationem vestram) dinanzi all’ineffabile trascendenza di Dio donandoci la gioia, trasmessa dal suo sguardo «teandrico», di servire la Chiesa con uno stile profetico vetero-testamentario - la sua inarrivabile difesa dei fratelli ebrei a cui chiamò tutta la Chiesa fiorentina affonda le sue radici spirituali in questa stupenda continuità, da lui incarnata, di un Nuovo Testamento che agostinianamente latet sub antiquo - altro è il miracolo facibeniano. Lui che da giovane assistente degli Scolopi aveva agitato in alto il tricolore per la riconciliazione tra Stato italiano e Chiesa cattolica e su quella bandiera aveva idealmente adagiato i corpi straziati dei suoi fanti caduti sul Monte Grappa, si è trovato alla fine dei suoi giorni a tenere nell’incerta mano tremante per il parkinson un bianco fazzoletto quasi ostensorio della resa completa del suo corpo e della sua anima a Gesù crocifisso. Non è questo il vero miracolo di don Facibeni che con la sua palese sofferenza ha portato l’immagine sacramentaria di un Dio Padre a casa di ciascuno di noi?
Noi fiorentini siamo tutti dei miracolati. Don Facibeni ci ha insegnato con la sua vita che l’onnipotenza di Dio e un’onnipotenza d’amore, non di potere. Un’onnipotenza vulnerabile, fra l’altro, dalla nostra libertà a tal punto che abbiamo nelle nostre mani il potere di far sperare Dio, che si confonde e investe nella nostra vita in una lotta analoga a quella con Giacobbe, divenuto Israele, e somigliante tanto alle ansie e alle aspettative, alle speranze tipiche di ogni autentica paternità.
E se siamo figli - ci dice San Paolo - siamo anche eredi. E se è così, non siamo forse dei miracolati?
lunedì 7 agosto 2006
Ricordo di Annalena Zoli
da http://www.meic.net/index.php?id=555
Ricordo di Annalena Zoli
di don Carlo Zaccaro, già assistente del Gruppo Meic di Firenze
Martedì 6 giugno è morta, dopo una lunga malattia, Annalena Zoli, figura di spicco del laicato cattolico fiorentino. Figlia di Adone Zoli, è stata pediatra molto stimata, impegnata, anche negli ultimi anni, in un’opera di assistenza ai bambini cerebrolesi a Scutari (Albania). Per lunghi anni si è impegnata nell’Azione Cattolica ed è stata vicepresidente del Gruppo fiorentino del Movimento Laureati di Azione Cattolica.
La forte determinazione con la quale Annalena ha voluto nascondere l'avvicinarsi inarrestabile del suo esodo dalla scena terrestre alla Casa del Padre, anziché mortificare il discernimento della vigorosa traiettoria spirituale della sua vita, ce ne facilita la lettura e, volesse il cielo, anche l'apprendimento.
Perché se è vero che ogni vita cristiana dovrebbe essere un quinto evangelo, come ci ricorda il dimenticato scrittore Mario Pomilio, l'esistenza terrena di Annalena è un continuum di forti richiami estremamente attuali, non potendosi archiviare come vecchio uno standard di comportamenti che rappresenta un valore permanente, dalle grosse falle etiche dei nostri giorni reso ancor più apprezzabile e necessario.
Anche con un'opera di scavo che rimane forzatamente in superficie, sebbene confortata da una lunga consuetudine di amicizia, i punti nodali della personalità di Annalena,su cui, con quella signorilità indulgente e quasi complice, ci permette di riflettere ma con lo scotto di una seria verifica alla autenticità della nostra vita cristiana, colti rapsodicamente, tra tanti altri, potrebbero essere questi.
1) Il primo, mi pare sia dato dall'importanza delle radici. Non si può capire Annalena avulsa dalla sua famiglia, da cui è nata e da cui è stata educata. Annalena si è sempre resa consapevole dei valori inestimabili di questa famiglia posseduti e a lei integralmente trasmessi. Nel ricordino della mamma, morta il 12 febbraio 1985, è trascritto un pensiero della signora Lucia: "la vita è un viaggio spesso difficile e arriviamo talora alla fine molto stanchi, molto ammaccati... ma se abbiamo saputo amare e servire Dio, fare del bene al prossimo, che cosa sono queste prove in confronto alla felicità che ci è . preparata?".
Non ci sentite l'eco della prima di Pietro (1,6): "siate ricolmi di gioia anche se ora dovete essere per un po' di tempo afflitti da varie prove perché il valore della vostra fede - molto più preziosa dell'oro che pur destinato a perire si prova tuttavia con il fuoco - torni a nostra lode gloria onore nella manifestazione di Gesù Cristo"?
Per Annalena la famiglia ha costituito sempre irrinunciabile dono di natura e di grazia, condividendone, con letizia soprannaturale, tutte le vicende, dalle privazioni della libertà conseguenti le minacce del fascismo imperante, alla partecipazione nella lotta di liberazione, alla ricostruzione democratica della nostra città e del nostro paese. L'accompagnava sempre una limpida visione di fede che le ha consentito, in tutte le situazioni, anche quando il babbo ricopriva ministeri importanti fino alla Presidenza del Consiglio nel 1957, di rimanere nell'umiltà delle antiche amicizie, indossando l'abito feriale della self made woman, circondata da una stima oltre che dall'affetto che inorgogliva il Presidente, assistito durante le sue prolungate permanenze romane da Maria Teresa.
Ora Annalena è libera di cantare con il Salmista: "hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia, perché io possa cantare senza posa, Signore, mio Dio, ti loderò per sempre" (Ps 29).
2) Da questa famiglia Annalena ha imparato a fare le scelte proprie di una donna forte. Ha imparato ad attingere alle sorgenti l'acqua pura della grazia e del rispetto e dell'amore del prossimo, fosse anche un avversario.
C'è un pensiero di Guitton che potrebbe adattarsi benissimo alla filosofia di vita, alla scelta culturale di Annalena. "Io temo - dice Guitton - che il cristianesimo sia tentato di trascurare l'essenziale, di voltarsi verso il mondo, verso il successo collettivo, verso la quantità e non verso la qualità pura. Mi ricordo ciò che mi diceva Bergson: la qualità è la quantità di domani". Appropriata ad Annalena anche la riflessione di Chesterton: "il mondo è un'idolatria delle cose intermedie che fanno dimenticare le ultime". Aveva assimilato troppo la parola di Dio per cadere nella tentazione cui, invece, paradigmaticamente andò soggetto il popolo di Israele meritevole del castigo minacciato per bocca del profeta Geremia. "Perché il popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me sorgente d'acqua viva per scavarsi cisterne, cisterne screpolate che non tengono l'acqua" (Ger. 2,20). Non è forse il rimprovero che si addice ancora al grigiore contemporaneo delle nostre coscienze?
3) La professione di medico-pediatra costituiva per Annalena il suo servizio liturgico in conspectu Domini.
E' comprensibile che nei nostri giorni diventi sempre più difficile dare unità interiore e semplificazione alla nostra vita di comunione con il Signore. Certo non c'è vita cristiana senza un incontro personale con il Signore che non ti domanda "qualcosa", lasciandoti proprietario despota di una non meglio definita riserva di caccia, ma che vuole il tuo amore, il tuo totale e personalissimo coinvolgimento per riportare alla luce, anche per mezzo del più piccolo gesto umano qui su questa terra, oscurata dalla terribile nube tossica dell'egoismo, lo splendore della misericordia del Padre. Egli non solo accetta, ma è grato del sostegno a vincere quella sfida posta nel cuore dell'uomo in possesso della terribile facoltà di scelta tra una civiltà dell'amore ed una cultura di morte.
Non so il numero dei bambini assistiti e curati da Annalena pediatra in più di cinquanta anni di professione. Ma una cosa è certa: accanto alla sua non comune competenza professionale scattava in contemporanea la sua visione liturgica di collaborazione con Dio, creatore e salvatore, a fare di quell'esserino miracoloso che aveva tra le mani un futuro membro vivo e fervente della Sua Chiesa. E nella consapevolezza di questa sua missione è stata così abbondante la luce ricevuta dall'alto che le sue cure si sono rivolte con maggiore sollecitudine ed amore a quelle creature, icone della passione del Signore, fossero gli ospiti della Principessa di Piemonte o i numerosi cerebrolesi delle case famiglie di Scutari o gli allievi portatori di handicap delle scuole speciali albanesi. Significativa la sua Presidenza presso l'Istituto degli Innocenti.
4) Ubbidiente in piedi. Originaria di Predappio, la famiglia Zoli aveva una distinta casa con annessi terreni agricoli di cui era stata mezzadra colei che diventerà donna Rachele Mussolini. La quale manifestava, dopo il tragico epilogo del fascismo, la sua riconoscenza al suo vecchio datore di lavoro, lasciando cadere un fiore sulla tomba di Adone Zoli perché da Presidente del Consiglio (1957) aveva dato con un chiaro gesto di superiore umanità l'autorizzazione al trasferimento della salma di Mussolini da Milano nel cimitero di Predappio, dove ora riposa anche Annalena e dove ogni duello, anche politico, si placa nella pace e nella luce della Risurrezione del Signore.
Non è soltanto per la comune origine romagnola che i valori e gli ideali della famiglia Zoli abbiano trovato in don Facibeni, Pievano di Rifredi e padre degli orfani dell'Opera "Madonnina del Grappa, il più forte e stabile sostegno spirituale. Vi era la reciproca affettuosa stima ed amicizia, sorretta da un tacito sodalizio, che onorava la bandiera del "veritatem facentes in caritate".
All'ingresso di casa Zoli, posta in quella piazza che ora si chiama "Piazza della Libertà", poteva mettersi un benvenuto di questo tenore: "Amicus Plato, sed multo magis amica veritas”. All'interno, chi poteva sostarvi anche per un momento, poteva facilmente rendersi conto di una meravigliosa "concordia discors", "tutti per uno ed uno per tutti", una vibrante dinamica altruistica nella quale non era possibile star sull'uscio delle situazioni senza impegnarsi ciascuno fino in fondo
Lo studio Zoli di via dei Gondi poi era la finestra aperta sull'inquietante condizione della società civile del tempo e veicolava quelle sollecitazioni alla difesa della libertà e della propria dignità personale che antesignavano in qualche modo la costruzione del futuro democratico.
Del resto il babbo avvocato Adone e lo zio avvocato Luigi erano sicuri punti di riferimento per il foro fiorentino e maestri di professionisti che hanno messo la loro competenza a servizio della città, in particolare nelle amministrazioni civiche guidate dal Sindaco Giorgio La Pira, in maniera disinteressata e con la consapevolezza della vocazione di alto profilo che Firenze aveva per avvicinare i popoli all'unità della pace.
Educata al disprezzo di ogni enfiagione e di ogni protagonismo, in Annalena abitava inossidabile scrupolo di non anteporre mai quello che poteva sembrare un interesse proprio all'interesse e al bene degli altri. Pur potendo, per le doti che aveva, primeggiare, si è fatta sempre "seconda". Ma questo Le ha dato una grande libertà interiore che non l'ha mai vista genuflessa di fronte ai detentori del potere di quel momento, né condizionata dal fatto di dover ringraziare qualcuno se era arrivata a posti di responsabilità e di prestigio.
Dirigente nei movimenti culturali di A.C. (FUCI, Laureati), sia a Roma che a Firenze, ha sempre con grande franchezza espresso il suo pensiero sul valore della laicità nella Chiesa e dell'importanza del suo affrancamento da ogni forma di neoconservatorismo.
Certo le discussioni in famiglia si arricchivano della presenza di Mons. Franco Costa, di Mons. Emilio Guano che sostavano volentieri in casa Zoli ogni qualvolta erano di passaggio da Firenze. E' anche noto che il Cardinale Dalla Costa intervenne presso le autorità tedesche per salvare la vita al babbo ed allontanare la minaccia ricattatoria dell'arresto al figlio Gian Carlo. Pur in questi tragici frangenti, Annalena non si esimeva dal farsi notare - occhiali scuri in volto - alla S. Messa di S. Procolo l'indomani degli arresti persecutori, testimone di una fede che va oltre e spezza il cerchio della violenza.
In un piccolo, ma aureo - come tutte le cose di don Barsotti - libretto uscito ora dopo la sua morte: "Gesù e la Samaritana" (Libreria Editrice Fiorentina), don Divo dice che Dio viene a noi come bisognoso di quel che gli possiamo dare. E spiega: "la cosa più grande nell'amore di Dio non è il fatto che Egli ci ama, ma il fatto che Egli ci chiede l'amore quasi non potesse fare a meno di quello che noi possiamo dare a Lui". Annalena è vissuta in una stagione nella quale, come ebbe a dire Pio XI rivolgendosi al Cardinale Verdier di Parigi, bisognava ringraziare a mani giunte la Provvidenza perché i tempi - si era prima dello scoppio della guerra mondiale - non permettevano di essere mediocri. E i tempi - lo sappiamo da S. Agostino - siamo noi.
Collocate nel nostro tempo le scelte forti di Annalena, pur nascoste nell'umile ferialità del quotidiano, hanno intarsiato, come in un mosaico, il luminoso vessillo di una croce gemmata che Gesù ci chiede di riprendere dalle sue mani - alter alterius onera portate - perché di questo nostro personale dono Egli ha bisogno per estendere la stupenda storia di salvezza di Risorto a tutte le genti ed in tutti i tempi.
Santa Messa per i 10 anni dalla morte di don Carlo Zaccaro
22 Maggio alle ore 18 nella Chiesa di San Michelino Visdomini in via dei Servi a Firenze. Santa Messa per i 10 anni dalla morte di don Car...
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22 Maggio alle ore 18 nella Chiesa di San Michelino Visdomini in via dei Servi a Firenze. Santa Messa per i 10 anni dalla morte di don Car...





